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Il Piccolo – Paolini racconta gli eroi di Jack London: i cani

C’era una volta il Klondike. E c’era lo Yukon. E gli altri gelidi fiumi del nordovest americano, i cercatori d’oro, i cani da slitta. C’era una volta anche Jack London, magnifico e prolifico scrittore, confinato suo malgrado tra i narratori per ragazzi. I ragazzi che diventavano grandi divorando i suoi libri e i suoi racconti. L’ultima generazione. Dopo, sarebbero venuti Walt Disney e i fumetti. Rovistando nei cassetti della memoria, Marco Paolini ha ritrovato London e ha pensato di dedicare un tributo a lui, ai suoi eroi, ai suoi cani. Di raccontarne l’epica, così distante a noi. Ma in qualche modo anche vicina.
“Ballata di uomini e cani” (da domani a domenica 6 al Rossetti) è il più recente spettacolo dell’attore che ha sollecitato le corde dell’indignazione civile (a cominciare da Vajont, passando per Ustica) e ha modellato i ricordi della generazione dell’Italia del boom (nei suoi circostanziati Album). Ma ha scelto anche strade diverse. Paolini come sempre è sul palco, padrone di un ritmo di racconto che ogni volta cattura chi lo ascolta. Ma il Paolini “civile”, a cui buona parte del pubblico è abituata, lascia il passo qui al personaggio Jack London, a uno scrittore in musica, che nel mito della “frontiera” americana trova l’occasione anche per altri pensieri. «Contrabbandare London come scrittore per ragazzi – precisa - è tradirne lo spirito. Certo, è anche uno scrittore di formazione, di educazione. Ci sono genitori che portano i bambini a vedere questo spettacolo, che progettano di rileggere quei libri, che vorrebbero che i propri figli li leggessero. Ma liberare uno scrittore come lui, e come Melville, Conrad, Stevenson, perfino Kipling, dalla gabbia educativa è qualcosa che si deve fare. La mia generazione li ha riscoperti da adulta. Per le giovani generazioni attuali possono diventare una scelta, una conquista».
Erano una miniera di valori, quegli scrittori. «È possibile mettere tra parentesi i loro valori, ed è possibile discuterli, come è stato discusso Kipling, resta il fatto che sono tutti grandi scrittori. È roba buona: vale la pena leggerli per come scrivono. Sono i buoni maestri, per dirla con Pasolini».
Paolini ne fa una ballata. E spiega: «Perché non voglio essere soltanto il narratore. Perché voglio che quel freddo, quella neve siano evocati da un clima musicale. Accanto a me, sul palco ci sono tre musicisti: Lorenzo Monguzzi, Angelo Baselli, Gianluca Casadei. Chitarra, clarino, fisarmonica dialogano con la mia prosa ritmica e serrata. Il modello, la formula segreta è la lirica: la lezione di Giuseppe Verdi a cui continuo a dedicarmi (ndr: dopo lo spettacolo dello scorso anno, assieme al violoncellista Mario Brunello, in occasione del bicentenario verdiano). Cerco i colori tra i volumi della voce, studio i pianissimo e i fortissimo».
La ballata dispiega a volte un colore comico, a volte un brivido brutale. «Sono tre racconti, hanno per protagonisti tre cani. Il primo, “Macchia”, ha un andamento da commedia. Il secondo “Bastardo”, mette in gioco il rapporto tra padrone e schiavo, odio reciproco, crudeltà e volontà di rivolta, è un racconto da lotta di classe. Il terzo, “Preparare un fuoco”, è il racconto sublime, un testo perfetto, non ha bisogno di un attore, basterebbe solo la voce». Sembra un modo per allontanare il patetico, sentimento che incombe sempre nella letteratura che mette assieme uomini e animali. «Il mio punto di vista non è quello dell’uomo, bensì del cane. È come se noi, uomini, venissimo guardati da fuori. Da allora le cose non sono mica cambiate. Chi non è come noi, chi non la pensa come noi, vale quanto uno straccio, un cane».
Per questo la ballata non è dedicata solo a London, ma anche a Zaher. «Zaher - prosegue Paolini - era il ragazzo clandestino, partito avventurosamente dall’Afghanistan e morto sotto le ruote di un Tir, sul raccordo di Mestre. La sua storia conclude la ballata, ma non è là per suscitare commozione o pietà, sentimenti che schiacciano il coraggio dell’impresa e la determinazione nel portarla a termine. Le due qualità che Zaher aveva in comune con i pionieri dell’America di London. Io ne racconto l’epica, e canto il suo diario».

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