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Il Resto del Carlino (Ferrara) – «Racconto con rabbia quel Dc9»

«A noi italiani l'indignazione dura meno dell'orgasmo, poi ci addormentiamo. E allora smettiamola». E' una delle battute della nuova versione di Racconto per Ustica, una delle due storie che Marco Paolini porta al Teatro Comunale tra stasera e domenica. La stagione di prosa apre infatti quest'anno col duplice appuntamento con «I-TIGI. Racconto per Ustica» e «Storie di plastica Prove di racconto». La prima, derivata dalla realizzazione coniata per il ventennale della strage nel giugno 2000, sarà in scena stasera e sabato alle 21, mentre l'altra, che prende spunto dalla nascita e dal crepuscolo della città lagunare della chimica, domani alle 21 e domenica alle 16.
Afferma Paolini: «Le storie che racconto prendono forma nel tempo. Si parte da parole scritte in atti processuali, testi storici o da testimonianze dirette, incontri, inchieste, confronti. All'inizio c'è solo una concatenazione, la storia diventa tale solo dopo molto tempo e molte ripetizioni. Ogni storia ha una musica che la rende diversa da un'altra e io continuo a fare teatro per cercare quella musica».
«I-TIGI», che vede come coautore Daniele Del Giudice, rievoca le false testimonianze, le reticenze, le deviazioni, le occultazioni di prove, riguardo la tristemente nota tragedia d'una sera di giugno del 1980, quando il Dc9 che volava da Bologna a Palermo è piombato, a tutt'oggi ancora misteriosamente, nel mare di Ustica senza lasciare scampo a nessuno dei passeggeri e dei membri dell'equipaggio. «In scena ci sarà silenzio, quello che dall'80 circonda la vicenda del Dc9 abbattuto; il suono della scatola nera; più dialoghi tra me e me stesso», spiega Paolini che con il Racconto del Vajont ha avviato da metà anni '90 «una discesa nei buchi neri delle disgrazie italiane», dal palco, dalla Tv (9 milioni di spettatori alla diretta Rai2 del '97) e ora anche in un film di Davide Ferrario. A rotazione, come detto, Paolini proporrà anche la recente «Storie di plastica», scritta con Francesco Niccolini, sugli abusi di Porto Marghera, i sistematici scarichi di composti tossici e inquinanti nell'area veneta, la malattia e la morte di decine e decine di operai e la successiva assoluzione di tutti gli imputati. «All'inizio — ricorda la genesi della pièce — volevamo fare un Mahabharata, ma con la più antica saga indù calata nel mondo del capitalismo italiano di cui avremmo voluto narrare nascita, sviluppo, ascesa e crisi per un totale di 80 anni. Poi la mia terra, il Veneto, mi ha ricordato i sacrifici dei nostri padri che per farci mangiare e studiare non badarono a cosa quel polo chimico poteva provocare». Ed ecco «Storie di plastica», «quella — ironizza Paolini — che mia madre non usa neanche più per conservare la soppressa, il nostro salame, preferendo lo straccio umido».

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