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IL SOLE 24 ORE. L’ANTICA LINGUA DELLA TERRA

La lingua degli affetti non esiste. O quanto meno, dei 138 idiomi presi in esame da Claude Hagège, professore al Collège de France, soltanto nel 12% utilizza termini specifici per delimitare il terreno delle emozioni, dei ricordi e degli amori. Il restante 88 per cento prende in prestito termini legati al corpo. Oppure alla terra.
Già. Proprio come fa il dialetto, spesso legato all'espressione di concetti, emozioni e ricordi tramite la fonetica degli oggetti. Suoni antichi, come quelli che si ascoltano nei. dvd prodotti da Fandango e Regione Veneto. Tre ritratti di illustri autori intervistati da un Marco Paolini completamente immerso nel loro terreno. Nonostante anch'egli, con il Veneto e quel dialetto gallo-italico abbia molto a che fare.
I "pateron di carta colorata" del professor Luigi Meneghello, i fiocchi della prima neve d'inverno dello scrittore Mario Riponi Stern, i "bruskalan", o i "grane de fen" (mucchi di fieno) del poeta Andrea Zanzotto: un gergo in estinzione che riprende vita grazie a un documentario letterato. Che porta all'attenzione del grande pubblico parole che soltanto lettori appassionati avrebbero altrimenti incontrato.
«Mano a mano che si scende di altitudine, la lingua batte più veloce, e diventa più velenosa», ci dice Marco Paolini interpellato sul tema. «Ma nei miei spettacoli (nei quali spesso il dialetto ha giocato un ruolo centrale, ndr) non utilizzo mai il dialetto per nobilitarlo, né attingo a un repertorio clasco».
«Le mie linee per la costruzione diun soggetto sono altre: le storie e le geografie. Sono queste le chiavi del mio teatro. Il dialetto e' semplicemente uno degli strati della mia ricerca, senza alcuna operazione filologica di fondo. Una volta creato l'impianto della storia, estraggo e tolgo suoni, trovo parole sintesi che mi piacciono e le inserisco all'interno del monologo».
L'arte, insomma, cerca in modo non programmato termini onomatopeici, fonemi e termini per narrare storie, senza preoccuparsi di cosa restera' e di cosa andra' perduto. Gioca sulla memoria del singolo, e sulla propria emotivita'; per comunicare a un pubblico più o meno vasto. Così come è stato per la drammaturgia napoletana e i cantautori genovesi, Paolini non utilizza il dialetto per dar fiato a «localismi e chiusure - come ci spiega - ma per creare una biodiversità di identità culturali. Non vorrei fossero stilemi, perché la mia espressione teatrale in realtà ha molto più a che fare con il corpo e i suoi movimenti che con il singolo termine».
Quelli che invece si preoccupano di catalogare le parole, come il professor Claude Hagège, ci dicono che delle 6.ooo lingue parlate sul nostro pianeta, tra cent'anni ne rimarrà la metà. Gli esperti italiani del dialetto e delle minoranze linguistiche, poi, parlano di idiomi che sempre più si vanno mischiando con l'italiano, in un Viaggio "a perdere" senza ritorno.
La grande Babele, insomma, si assottiglia. E se volenterosi ricercatori uni
versitari raccolgono parole fossili in ampolle sigillate, l'estremo opposto è quello della pubblicità, che «per colpire meglio i propri target-racconta Paolini- studia campagne di affissione diversificate regione per regione». Certo, c'è una bella differenza tra e gli "Accattetevillo" di una Sophia Loren in tivù e uno slang regionale che «i pra rasadi de rossada» di Zanzotto. E tuttavia, quali rimarranno più in testa alle persone? «La lingua sintetica è quella vincente - risponde Paolini - perché l'oblio vince su tutto. D'altronde nel'G8 si gridava creatività al potere, e oggi invece ci hanno dato i creativi. Gente a cui il marketing richiede di essere trasgressivo, ma soltanto in dosi controllate».
Poveri creativi, dunque, e poveri noi. Siamo dunque così "Miserabili", come la pièce di Paolini che il 27 febbraio debutterà allo Strehler di Milano? «Bella domanda- conclude l'autore-. In realtà il mio spettacolo non dà una risposta. Quel che vedo, però, è una miseria diffusa e contagiosa che nulla ha a che vedere con la disponibilita' economica delle persone. Semmai con la perdita di valori come il tempo, i sogni. Il credere di avere un destino segnato, senza la possibilità di riscattarsi dalla definizione più comune che le aziende fanno di noi, delle persone.. Sempre più un obiettivo da colpire, un target. Effetti , negativi della globalizzazione. In dialetto, non esiste parola che lontanamente ci assomigli, a un target.

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