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La guerra di Piero

Adesso devo parlare da reduce. La mia guerra è stata durissima, l’ho combattuta tra i sei e i sette anni e non solo sul mio campetto in via Monte Cengio, ma anche su altre cime, via Adamello, via Porgora, via Pasubio, via Redipuglia…anche via Caporetto dove ne abbiamo prese un fracco…
I nemici venivano da via Lanceri di Novara, avevano le bici da omo e quindi si chiamavano i bersaglieri ciclisti.
Una volta ero in esplorazione con la pattuglia, io e Piero Mato, lo chiamavamo così perché non veniva a scuola con noialtri, portava le braghe longhe, metteva le dita nel naso…non c’era il politically correct.
Piero Mato era un mondo a parte , terribile, specialmente quando giocando a balon lui correva lento con la destra flessa all’altezza del ginocchio, pronto a colpire la caviglia, perché il pallone gli passava davanti e lui tirava uguale; ti prendeva la caviglia e tu sentivi che il dolore c’era già, ma pareva ancora di non sentirlo e intanto si parlava con l’erba…
Quella volta abbiamo trovato ‘sto nemico…noi avevamo archi, frecce, cerbottane… lui era tecnologico, aveva un fucile Oklaoma a piumini.
Chi ha quaranta e passa sa che l’Oklaoma è un’arma micidiale perché i piumini in realtà son piombi, ma il fatto è che dopo la confezione inclusa nell’acquisto, siccome costavano, difficilmente ti compravano il ricambio, per cui lo tenevi d’occhio e sapevi che dopo sessanta colpi sparati difficilmente ne aveva altri.
Così abbiam rischiato, è andata bene, l’abbiamo preso prigioniero e lo abbiamo portato in capanna per interrogarlo.
Era più grande di noi: otto anni almeno.
Lui si chiamava Bruno, era in classe col fratello grande di Ennio Mosca, uno di noi; si chiamava Bruno,però lo chiamavano Seghe, era precoce: era sempre il primo sulle gare che facevano dietro il ponte della ferrovia.
Lo portiamo in capanna per interrogarlo, lo leghiamo all’albero e Oscar, che era il capo perché il pallone era suo quindi non c’era da discutere, gli fa
- È meglio che parli Seghe e che confessi tutto se vuoi tornare a casa vivo,
- È meglio che vi arrendete voi altri piccoli e che andate tutti a casa prima che arrivino i rinforzi,
Cesarino, cocco della maestra, voleva arrendersi al prigioniero e tornare a casa a finire le divisioni con due decimali.
- E allora torturatelo!
- Chi? Cesarino?
- No, il prigioniero!
- Io lo torturo…io lo torturo…Gli do un fracco di gnocche,
- Piero quello si chiama massacro, no tortura,
- Perché non lo buttiamo in mezzo alle ortiche?,
- Lasciamolo tutto il pomeriggio legato al palo senza mangiare,
- Ciccio, quella è una dieta, non una tortura,
Alla fine…
- Io ho un’altra idea. Gli caviamo le scarpe, gli caviamo le braghe, gli caviamo le mutande …..e gli tagliamo il ciccio.
- Dai, dai..
- No dai…no.. dove mi portate…no…no…
Alla fine abbiam deciso che era inutile torturarlo, era meglio ucciderlo.
Oscar è andato da lui e gli ha detto
- Seghe, adesso noi ti uccidiamo, se prometti che stai morto, ti lasciamo tornare a casa in via Lanceri,
E Seghe ha giurato, ma in quel momento sulla nostra strada è passata la mamma di Seghe che tornava dal mercato con le borse della spesa sulla bici e Seghe ha tradito.
- Mamma Aiuto! Mamma Aiuto!
La signora Seghe ha sentito il richiamo del sangue, ha mollato le borse in strada, è corsa fin dentro la capanna, ha mollato due schiaffi al primo che capitava. Era Cesarino…
- Io ho gli occhiali…,
Siamo scappati, tutti fuori, tutti fuori, e Seghe ancora legato, con le braghe giù
- Grazie mamma!
- Con te facciamo i conti dopo, porco.
Però se l’è cercata Seghe. Se restava con noi lo uccidevamo e basta, invece così ha preso una lezion che non se la dimentica più finchè campa…
E da quel giorno sua mamma non lo fa più partecipare alle gare dietro il ponte della ferrovia, così lui partecipa da casa, dalla finestra del bagno,…però fuori concorso.
Anche noi abbiamo avuto una lezione: da quella volta non giochiamo più a guerra coi nemici di cui non conosciamo prima la famiglia.