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La Nuova di Venezia – Chimica, il trip andato a male

“Storie di plastica” e sogni industriali infranti
Paolini racconta il delirio del Petrolchimico

CASTIGLIONCELLO. Inizia davanti ad una cartina geografica della laguna veneta, e un'immagine di Porto Marghera piena di luci, che dalla Giudecca sembra New York, questo viaggio nell'american dream della chimica italiana che Marco Paolini sta raccontando in questi giorni di prove tra Cecina Rosignano, in preparazione dello spettacolo “Storie di plastica” (a Castiglioncello dal 25 al 28 ottobre). Una messe di materiali sui retroscena del Petrolchimico italiano che emergono dalle “prove di racconto”.
L'autore del Vajont e di Ustica, in residenza da Armunia, sta testando il suo racconto su Porto Marghera nei luoghi e fra le persone che questa storia della plastica l'hanno vissuta.
Come a Rosignano, dove lo stabilimento Solvay ancora oggi ne produce. E dove negli anni'80 un referendum impedì la produzione di cloruro di vinile polimero. Paolini chiede ai giovani del loro futuro, per parlare del futuro che sognavano per i loro figli gli operai di Porto Marghera.
Un avvenire che all'inizio del secolo si annunciava glorioso come sperava il futurismo di Marinetti, per cambiare il volto della laguna sorniona, con le gondole che dondolavano sui canali. E il sogno era quello di una moderna nazione industriale che un uomo più di altri iniziò a progettare.
Non importa se il conte Volpi di Misurata - lo stesso che fonderà la Società Adriatica Di Elettricità, che gestiva dighe come quella del Vajont - varerà il piano per il nuovo porto di Venezia due giorni prima di Caporetto, nel 1917.
Tanta era l'ostinazione per riesumare le glorie d'Italia che il polo della chimica nascerà comunque. Serviranno le tecnologie americane dopo la guerra, ma la grande storia della chimica si scriverà ad ogni costo.
A partire dalle concessioni nella laguna, dove non si potrebbe piantare un palo e dove svetteranno centinaia di camini che riverseranno a terra i gas velenosi, con la complicità di sirene sempre mute.
Sostanze cancerogene come il cloruro di vinile cui gli operai del petrolchimico sono rimasti esposti per anni. E' servito qualche decennio tra depistaggi e occultamenti per realizzare che il volto colorato ed economico delle plastiche nascondeva l'abisso della cirrosi epatica, le lesioni alle ossa delle mani, i tumori che colpivano gli operai.
Tra i primi a parlarne fu il dottor Viola, il medico di quella Solvay che vantava il procedimento meno inquinante d'Europa per produrre la soda. Poi anche in America si registrarono le prime morti tra gli operai più esposti al CVM, quelli che rimuovono le scorie dentro le cisterne di lavorazione. E' il 1994 quando Gabriele Bortolozzo, un operaio di Porto Marghera che aveva visto morire quasi tutto il suo reparto, consegna alla Procura un dossier frutto di dieci anni di ricerche, una bomba sugli effetti del CVM. Nel 1998 inizia il processo per strage e disastro ambientale che porta in aula i pesci grossi, i vari Cefis, Medici, Necci e Schimberni ai vertici di Montedison ed Enichem.
Il sogno del capitalismo italiano che Paolini sta per raccontarci, c'è da scommetterci, ne uscirà infranto, mettendoci in guardia dalle tante maschere del progresso e dai nuovi volti dello sviluppo amico.

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