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La piazza – Il padre impara dal figlio scoprendo la tecnologia

Lo spettacolo di Marco Paolini “Le avventure di Numero Primo” scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin: “Ma non proponiamo delle tesi”

«Non c'è niente di intellettuale o filosofico, siamo solo partiti da alcuni spunti stimolanti per raccontare una storia. Domande rispetto al nostro presente, visto come un divenire e non solo come un tempo finito. Ma si parla di situazioni e sensazioni in cui, penso, molti genitori e, in generale, adulti di oggi si riconoscono». Lo racconta così, Marco Paolini, il suo spettacolo “Le avventure di Numero Primo”, scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin e prodotto da Jolefilm, che da questa sera a giovedì (ore 21), sarà in scena al Fraschini in chiusura della stagione di Prosa.

Paolini, qual è stata la prima domanda che vi siete fatti lei e Gianfranco Bettin per iniziare la vostra storia?
«Ci siamo chiesti quale potrebbe essere il futuro dell'essere umano in una situazione tremendamente tecnologica qual è quella in cui siamo immersi. Ma, detto questo, quello che arriva sul palcoscenico è una storia che può essere vista solo come tale, anzi, sottolineo: “Le avventure di Numero Primo” non va visto come uno spettacolo che presenta delle tesi».

La storia com'è?
«Parla di un padre e di un figlio, un bambino di madre incerta che sceglie per sé il nome Numero Primo e che è diverso dal padre in tutti i sensi. La sua diversità riflette molto bene la sensazione di invecchiamento che tutti noi, da una certa generazione in poi, viviamo rispetto alla velocità tecnologica che appartiene ai nostri figli. Questo figlio diverso irrompe nella vita di suo padre cambiandogliela del tutto, e lui, il padre, lo capisce fino a un certo punto. E' una condizione che tutti i genitori sperimentano quotidianamente: non essere in grado di capire i meccanismi tecnologici che per i nostri figli sono un apprendimento naturale. Ma tutto questo, spiegato, diventa molto più filosofico dello spettacolo».

Che invece non lo è?
«No. A teatro bisogna limitarsi a parole semplici: parlare del futuro in toni didascalici è irritante. A noi interessava fare un esercizio di immaginazione, era una sfida più stimolante».

Oltre a lei, e alla sua narrazione sul palco, ci sono anche musiche e videoproiezioni.
«Le proiezioni sono statiche, sono immagini ma non animazioni, e le musiche, originali, sono meccaniche, per pianola con rullo di carta, eseguite con tecniche ottocentesche e opera di Stefano Nanni, compositore cesenate. Hanno una funzione piuttosto importante, come una colonna sonora di film, per definire un genere. Perché pur non amando inquadrare questo spettacolo nel termine “fantascienza”, ammetto che c'è una sospensione della realtà, con proiezione in un futuro prossimo. Ma è tutto molto sobrio. Non volevo che venisse fuori uno spettacolo dominato dalla tecnologia. Ogni elemento ha il suo giusto peso: io, la parola, le immagini e la musica».

Nel 2016, lei era stato al Teatro Sociale di Stradella con uno spettacolo intitolato “Numero Primo. Studio per un nuovo album”. Che differenza c'era?
«Quello era uno dei tanti studi preparatori, questo invece è lo spettacolo vero e proprio e ha debuttato il 14 ottobre scorso a Trieste. Di studi per Numero Primo ce ne sono stati almeno dieci versioni, un work in progress che ci ha portati qui».

Nel frattempo sta lavorando anche ad altro?
«Le altre parti del progetto. “Le avventure di Numero Primo” fa parte di una trilogia che io chiamo “La trilogia della madre incerta” e comprende altre due

cose: la conferenza-spettacolo “Tecno-Filò” sottotitolo “Technology and Me”, una riflessione sul fatto che, sebbene io non sia un essere tecnologico la mia vita stia cambiando grazie oppure per colpa delle tecnologie, e l'opera musicale “Antropocene”».

Di Marta Pizzocaro

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