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La Provincia di Cremona – L’infanzia perduta dell’Italia dei campi di calcetto

CREMONA - C'è la gomma per l'inchiostro e ci sono quei buchi nel quaderno di cui vergognarsi con la maestra, immagini che fino a ieri sera stavano in un angolino della memoria, accantonati dal presente, forse dimenticati. Ieri in un Ponchielli strapieno Marco Paolini con La macchina del capo ha stanato quei ricordi d'infanzia, l'infanzia all'anagrafe di Nicola, figlio di ferroviere, protagonista degli Album, e infanzia collettiva. Anni Sessanta, l'Italia della pianura, i campetti di calcio a ridosso di un convento, la suora 'sbusa balon' che non restituisce la palla, le ragazze sulle grazielle, l'estate in colonia, «chi andrebbe a passare le vacanze in una scuola?», si è chiesto Paolini, affiancato da Lorenzo Monguzzi, non solo cantante ma soprattutto spalla dell'attore/narratore: sono questi alcuni quadri di un raccontare che non conosce pausa. Un'Italia che non c'è più, un'adolescenza passata fra giochi in cascina e le prime avvisaglie del sesso, l'apprensione delle mamme, l'attesa delle giostre e il fascino degli autoscontri e l'alterigia dell'addetto al parcheggio delle automobiline invidiato e corteggiato dalle ragazze: sono le fotografie che le parole agite e mimate di Marco Paolini riescono a rendere vivide, a descrivere con chiarezza descrittiva ed immediatezza emotiva. Il grande cancellino, la matita di legno, il banchetto di scuola sono gli unici elementi scenici insieme a un enorme paio di pantaloni prima e poi una grande maglietta che Paolini issa come bandiere del ricordare con nostalgia il bel tempo dei giochi e dello sguardo innocente sul mondo. Marco Paolini con La macchina del capo si porta via il teatro, regala agli spettatori un amarcord allegro e ironico, ammiccante e gigione che non può che chiudersi con un caloroso applauso.

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