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La Repubblica – Paolini, ecco la terapia

Il successo dell’attore al Porta Romana fino a domenica

La serie degli “Album” di Marco Paolini prosegue al Teatro di Porta Romana fino a domenica con il successo di pubblico che era prevedibile: pienoni a ognuno dei finora tre (ma sono quattro) spettacoli in cui si raccontano dettagliatamente gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di un ragazzo veneto di terraferma, nato all’inizio degli anni Sessanta, che non è improprio identificare con lo stesso Paolini, anche se il suo nome nello spettacolo è Nicola. Gli “Album” sono lavori che Paolini ha composto qualche anno fa, parallelamente al lavoro negli spettacoli del Teatro Settimo e alla crescita semiclandestina di quella grande “orazione civile” sul Vajont che, trasmesso in televisione l’anno scorso, ha segnato la sua “scoperta” da parte del grande pubblico. Non è un caso che gli “Album”, già visti con entusiasmo di pubblico a Milano nella sede del teatro Verdi qualche anno fa, ripresentati ora tutti assieme sono diventati per lo spettatore un appuntamento imperdibile. Quello che lega i quattro lavori è l’essere narrazioni teatrali: un genere strano, quasi una contraddizione. Dai tempi di Aristotele, infatti, i teorici del teatro hanno stabilito che il teatro ha natura mimetica (costruisce delle situazioni simili a quel che narra) mentre la narrativa è diegetica (non mostra, ma descrive e lascia immaginare). Paolini, come tanti cantastorie prima di lui, fa spettacolo della diegesi. Certo, qualche elemento mimetico non manca, si tratti di piccoli accessori, di musiche o costumi di scena. Ma quel che conta è l’arte del raccontare, il rapporto tenero e affettuoso o ironico e critico che il narratore ha col suo oggetto. Contano le pause, i capricci, i salti logici, la suspence, l’anticipazione sapiente di particolari in apparenza insignificanti che risulteranno importanti dopo. Conta la riflessione intorno ai fatti, la capacità di indirizzare l’attenzione dello spettatore, di tenerla legata con tratti comici o patetici, di allearselo in uno sguardo sul tema che non è mai neutro. Qui funzionano ancora di più perché sono congiunti al gioco della memoria personale, della riflessione su di sé. La nostra società è piena di mimesi, ma povera di diegesi; possiede masse sterminate di registrazioni e archivi e fotografie, ma non coltiva più l’arte della memoria. Di conseguenza ciascuno di noi rischia spesso di sentirsi sperduto, di non capire il senso di ciò che gli accade, perché il senso ha bisogno della memoria e del racconto. Per questa ragione il lavoro di Paolini (e degli altri che lavorano su strade simili come – per citarne solo una – Laura Curino) sono qualcosa di più di spettacoli simpatici e divertenti: sono la proposta di una terapia, per ritrovare il senso smarrito.

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