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La Repubblica – Una rockstar a Itaca

Lo chalet Olimpo, i tweet di Polifemo, Eolo il climatizzatore, il profumo di Ermes. Con "Nel tempo degli dèi" Marco Paolini attualizza il mito di Ulisse. Fino al paradosso.

Ulisse è un personaggio su cui è tornato tante volte nel suo lavoro di attore/autore, con Uri Caine, con Brunello... Adesso con la complicità dello scrittore Francesco Niccolini per il testo e il regista dei primi importanti lavori, Gabriele Vacis, Marco Paolini riprende in mano il personaggio omerico seguendo una linea precisa nella variegata tessitura della sua storia.

In Nel tempo degli dei, prima coproduzione della sua Jolefilm con il Piccolo Teatro di Milano, Ulisse è già tornato a casa, ha già compiuto la feroce strage dei Proci (centotto assassinii più quelli delle ancelle) e, come predice "l'oroscopo" di Tiresia, è ripartito con un remo sulle spalle, nascondendosi nell'anonimato di un calzolaio, il "calzolaio di Ulisse". Incontra un giovane ragazzo, forse anche di un altro tempo, che riconosce in lui l'eroe, il mito, "la rockstar" e vuole sapere della guerra di Troia, dei dieci anni di viaggi prima di ritornare a Itaca, dell'episodio delle vacche sacre di Helios...

Chiaro che non siamo al ripasso dell'Odissea, ma ripercorrendo gli incontri con Calipso, con Nausicaa, col figlio Telemaco... si dipana una riflessione sull'uomo e sul destino, sul restare umani e il senso del limite, sul sentirsi e essere déi, temi che permettono di trovare chiavi di contemporaneità forti ed evidenti. Eppure, stavolta, il punto debole è proprio il testo. Non c'è bisogno, per esempio, di rendere grottesca la storia parlando di "chalet Olimpo", di "Polifemo che si fa vivo con i tweet", di "Eolo il climatizzatore", di Ermes, il dio profumo d'inganno, di approdi a Pozzallo (bastava la bella scena in cui cadono dall'alto le coperte argentate che soccorrono i migranti di oggi) odi sacrifici e terre dei fuochi.

I registri alti e bassi nell'oralità di Paolini ci sono sempre stati, ma in una macchina affabulatoria dove si inseguivano materiali diversi, sciocchezze e pensieri profondi, senza la costrizione della coerenza ma insieme per nulla arbitrari. Qui invece il testo è definito ma privo di tensioni e il disorientamento di Ulisse di fronte all'inferno della vita in cui ci mettono lo zampino gli dèi o chi per loro, è in alcuni momenti anche nostro. Il piacere è allora lo spettacolo, raffinato, ruvido, vagamente stilizzato, corale: un canto barbaro che coinvolge musicisti e attori, ognuno con uno o più ruoli, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani, Vittorio Cerroni, Elisabetta Bosio, Saba Anglana che dà le voci femminili, e ovviamente Paolini, che per la prima volta nei panni dell'interprete è più trattenuto del consueto, ma certo non fa l'attore "leccato", mantenendo il suo accento veneto e i suoi toni non convenzionali.

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