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La storia di Via Anelli arriva al cinema

Il lager di via Anelli, l’inferno di via Anelli, il dormitorio di via Anelli, via Anelli centro di accoglienza, perché alla fine questo villaggio composto di 6 palazzine e 287 miniappartamenti da 28 metri quadri ciascuno, scatole senza servizi degni di questo nome, è stato anche questo: l’unico posto della città in cui gli stranieri potessero trovare alloggio. Il documentario del regista padovano, Marco Segato, prodotto dalla Jolefilm, presentato l’altro ieri all’Astra e coordinato da un personaggio di straordinaria capacità di fascinazione, un genio nell’accendere emozioni come Marco Paolini, non fa tutta la storia di via Anelli perché sarebbe impossibile, frutto com’è di un’equazione a più incognite, ma disegna un affresco documentato della quotidianità: un’umanità sofferente, chiusa dentro un cerchio di violenza, campi lunghi di sotterranei, flash su scale che si arrampicano nel buio, sporcizia, manifestazioni contro la Bossi-Fini con uomini e donne che brandiscono cartelli, bambine che accennano passi di danza. Segato ammucchia i problemi per immagini, ritaglia piccole storie in cui c’è anche la scintilla dell’amore, della voglia di vivere, dentro questo labirinto cupo e poi la soluzione, la speranza che brilla nel sorriso di una coppia di traslocati da via Anelli nel vedere la nuova casa, la cucina: «Che bella cucina!» Finalmente un guizzo di felicità e la felicità, per fortuna, non è illegale, non ha bisogno del permesso di soggiorno. «Padova e gli stranieri» potremmo titolare questo lavoro che è costato due anni di fatiche, di riprese sul campo, di selezione del materiale - dice Paolini - Padova e gli stranieri, non Vigonovo, non Pegolotte di Cona. Ma Padova che con gli stranieri convive da 8 secoli, dal 1222 data di fondazione del Bo, culla del pensiero scientifico». Una città, quindi che dovrebbe avere nel sangue il talento dell’integrazione, una città, però, che è anche campione mondiale di separatezze: dipende dal vorticare dei cicli storici. Paolini ricorda quest’area urbana, non lontana dalla stazione, non lontana dalle mense e dalle aule universitarie, popolata da studenti e studentesse, da morose e morosi degli stessi, anche da prostitute. La caratteristica, fin dalle origini, era il sovraffollamento. Si faceva da mangiare a turno: pentole di ali e di zampe di gallina, galline millepiedi. «Stella, Stella smettila di gridare» dice Daniela Ruffini, assessore agli interventi sociali, a una nera bellissima e voluminosa che sta urlando in arabo le magagne del monolocale che la ospita, lei, il marito che lavora in fonderia e un paio di bambini. In quel preciso momento dal quarto piano cade un televisore che esplode come una bomba. «Non voleva uccidere nessuno - dice Daniela a proposito del lanciatore di elettrodomestici - ma far paura sì». Stanno svuotando la palazzina numero 1. «Ogni appartamento che resta vuoto - raccomanda l’assessore - va sbarrato altrimenti chissà che cosa ci troviamo dentro». Via Anelli, soprattutto di notte, è diventata piazza del mercato della droga a livello nazionale, girano ronde della polizia, si piazzano telecamere. I residenti, stranieri quasi tutti, lavorano quasi tutti, partono la mattina e vanno a spaccarsi la schiena in cantiere o in fabbrica, spacciatori e clienti vengono da fuori e trovano in quel labirinto di scale e cantine il luogo ideale per incontrarsi. Per contrastare questo giro il Comune decide di infittire e rialzare una recinzione: il muro di via Anelli. La parola muro rimbalza sui media ed è una parola da ipertesto, di quelle che, a cliccarci sopra, si spaccano come un vaso di Pandora e ne viene fuori di tutto: il muro in Palestina, il muro di Berlino. Il caso di via Anelli finisce sulla stampa di tutto il mondo. Chi risiede in via Anelli non trova più lavoro. Un italiano doc intervistato chiede di buttar giù tutto e di mandare gli stranieri a casa loro. «Proposta indecente - dice Ruffini che in questa vicenda si è fatta un mazzo così - questa è gente che lavora, sono famiglie con bambini, sono cittadini come noi. Via Anelli è invivibile, queste persone vanno trasferite in altri quartieri». Via Anelli ha odori e colori da Terzo Mondo, sembra un angolo della fiera di Dakar, uno spicchio della piazza rossa di Marrakesh, ma chi viveva lì si sentiva schiavo in terra straniera. Comincia, così, un lavoro difficile, in cui il Comune è affiancato dalla cooperativa Sestante e da altre associazioni che fanno della solidarietà una missione: occorre trattare con l’Ater per avere nuovi alloggi, occorre accompagnare ogni famiglia nella nuova abitazione e stabilire un buon rapporto con i vicini, a monte c’è un’opera di informazione accurata che supera le curve pericolose della diversità. E, incredibilmente, tutto fila liscio, le palazzine vengono sgomberate, la città in questo lavoro si scopre un’identità più viva e positiva.
Problema archiviato? No, il documentario, che ci mostra anche coriandoli di speranza (nasce un artigianato anelliano: il barbiere, il figurinista che crea modelli sgargianti e di barbara bellezza) lascia margini di incertezza sul futuro: bisogna mantenere la guardia alta e sarà opportuno decidere che cosa fare su quello che resta di via Anelli.
Il documentario sarà proiettato sempre all’Astra in via Aspetti oggi alle 18 (ingresso gratuito) e alle 21 (a pagamento)

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