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L’Adige – Paolini e la poesia dell’acqua

MALGA COSTA-Non solo spettacolo, ma uno spazio che respira e vive. Uno spazio per ascoltare storie. Per non dimenticare che sono storie anche nostre. Un’occasione per non chiamarsi fuori dal difficile rapporto col mondo.

In Song n.32, con Marco Paolini e i Mercanti di Liquore, proposto domenica pomeriggio da Arte Sella 2003, ballate, filastrocche, poesie si intrecciano, si allontanano, si rincontrano, accostando autori diversi, mescolando generi, stili e interpreti. I testi sono di Dino Campana, Erri De Luca, De Andrè, Rodari, Biagio Marin, Federico Tavan, Meneghello, Pietro Calamandrei e, naturalmente, Marco Paolini, che col suo teatro civile ha dato voce in questi anni al disastro del Vajont, alle vicende del petrolchimico di Porto Marghera, alla tragedia di Ustica. Con lui i Mercanti di Liquore, formazione musicale nota per l’originalità degli arrangiamenti tra melodia popolare e ritmica moderna.

L’attore e i musicisti raccontano e cantano il valore della vita “di ogni forma di vita, la neve, le fragole, le mosche” e “la stanchezza di chi non si è risparmiato”. Il monologo di Paolini diventa dialogo con la musica dei Mercanti di Liquore, per aprirsi poi all’interazione col pubblico. Ti senti, allora, progressivamente guidato dentro lo spettacolo, ne diventi parte non solo canticchiando, battendo il ritmo, gustando la musica e lo splendido verde che ti accoglie, ma pensando.

La dolce armonia tra cultura e natura, tra evento e rispetto per l’ambiente, prezioso regalo e stile inconfondibile di Arte Sella, si arricchiscono e si trasformano, così, in piacere di stare insieme, di ascoltare e condividere, di partecipare e di riflettere. Si trasformano in intesa tra l’attore e il suo pubblico. Pubblico che, dopo la breve passeggiata nel bosco dal parcheggio Carlon a Villa Dordi (luogo dello spettacolo), abbraccia il palco. Seduti, alcuni sul caldo prato, e in attesa; sotto un sole cocente che ricorda questa estate senza acqua.

Ed è proprio l’acqua che “non è un sottoprodotto della Coca Cola”, il filo conduttore di “Song n.32. Concerto variabile”, composto in occasione dell’anno internazionale dedicato al prezioso oro blu.

“Cantare parlare, vagheggiare di acqua” con la consapevolezza che tutto ciò non è solo “una questione di rubinetti”, ma anche di democrazia, di non violenza e prevaricazione, perché “l’acqua e la democrazia non sono merci e tu, quindi, mercato, sta al tuo posto”.

Protagonista è sempre lei, la parola pensata, la parola giocata e rovesciata, che balla e che danza. Parola calda e colorita, ricca di echi bellunesi e trevigiani, di sonorità lombarde. Acuta, incisiva. Cattura, sorprende perché il pensiero resti vivo e in movimento. Perché il “pericolo è stare rinchiusi”. Il canto di Lorenzo Monguzzi, voce e chitarra del gruppo, abbraccia e conduce piano per mano fino a coinvolgere in un ritmo crescente e incalzante, che chiede partecipazione, arricchito dalle appassionanti sonorità della chitarra flamenco di Simone Spreafico. Anche la fisarmonica di Piero Mucilli, a tratti quieta quasi discreta, poi d’improvviso trascinante, dialoga con i ricercati e preziosi arpeggi per regalare la sensazione che c’è un tempo anche per stare, per respirare, per pensare. Un inno all’acqua come diritto per ogni specie e ambiente, come “un filo liquido che ci lega”, da cui nessuno va escluso. Acqua di cui non abusare, acqua da non sbarrare, deviare, prosciugare né chiudere in bottiglia, perché l’acqua che non è vagabonda diventa morte.

Il canto per l’acqua si trasforma così in una denuncia contro la guerra, che in futuro, dicono, si combatterà proprio per il predominio su questo prezioso elemento. La drammaticità della guerra, le sfaccettature dell’animo umano e il triste gioco di ruolo tra prepotenti, prevaricatori, perseguitati, è rivisto attraverso il ricordo ironico e grottesco di bambini che giocano alla guerra, come attraverso il crudo e vero ricordo di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Antonio, Ovidio, Ettore. Sette fratelli, i fratelli Cervo, fucilati per aver dato ospitalità a fuggiaschi e disertori.

Un grido contro la guerra perché “la mano più forte dimentica la carezza”, ricordando chi “decide ancora di disobbedire”, commiserando quanti “chiusero gli occhi per non guardarsi le mani”.

Si chiude lo spettacolo con un lungo applauso che saluta le ultime parole. Parole da portare con sé, capaci di rimettere in moto la mente e il cuore. Parole che non possono più essere le stesse parole di prima.

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