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L’Espresso – Rompiballe di un Galileo

Al liceo sono stato rimandato a settembre in matematica per due volte. Non ero bravo, ma credo che se avessi avuto un prof come Galileo Galilei avrei capito la fisica. Non per quella sua barba innata - che sembra esserci da sempre, in ogni immagine, come se ce l'avesse fin da bambino. Non perché ha cambiato la storia, ha introdotto un metodo nella ricerca scientifica, ha inventato una realpolitik per essere eretico e sopravvivere alla Santa Inquisizione, ma nemmeno perché è stato nominato professore senza essersi mai laureato. Avrei capito forse la fisica perché quando Galileo ne scrive, le sue parole parlano per immagini, esempi e spiegazioni sempre brillanti, un po' come faceva Einstein.

Non avevo letto Galileo prima, l'ho fatto preparando questo spettacolo che è cresciuto un po' alla volta. E incontrandolo sera dopo sera a teatro, mi sono reso conto che mi stava sempre più simpatico. Perché Galileo non è un secchione dal piglio scolastico e la verità come ancella. E' piuttosto un rompiballe anche un po' presuntuoso, a tratti opportunista e quasi sempre controcorrente, che per campare vendeva oroscopi costruiti sulle indicazioni pubblicate (postume) da Copernico, e gli venivano benissimo! E quando ha dovuto scegliere tra il rogo e l'abiura, li ha fatti contenti e vivaddio questo ci ha consentito di avere un vecchio scienziato intento a scrivere e a studiare anziché un altro utopista bruciato come Giordano Bruno. A Bruno, per la verità, il nostro è debitore di quell'"eppur si muove" che segna il confine tra il dogma e il dubbio. E' su quella linea che si gioca la battaglia del pensiero. Perché per me la lezione di Galileo non è solo scientifica, è la lezione di un uomo che non rinuncia a usare il cervello.

Infatti non vorrei deludere qualche aureo passatista, ma sì, il "pensiero unico" è sempre andato di moda. Ai tempi di Galileo la verità teoretico-cosmologica era in disponibilità della Scuola e, potendo contare sul braccio armato dell'Inquisizione, chiaro che era più difficile scalfirlo. "Dubito ergo sum" poteva essere il pilastro che ha introdotto nelle sue ricerche, ma alla fine Galileo è un uomo vicino al nostro tempo perché apre il discorso sulla tecnica: non più solo teoria, ma prassi e anche opportunismo. Perché il confronto con la sua figura ci ha portati a riflettere sulla capacità di cambiare idea che sta alla base della ricerca scientifica.

Il Seicento è il secolo nel quale si sono gettate le basi della modernità. E' vero, c'era l'Inquisizione a controllare l'ortodossia di un'Europa popolata di regnanti assoluti, nobili sfaccendati e popoli affamati. Eppure c'era il pensiero. Galileo ha vissuto la difficoltà di essere geniale in circostanze difficili, perché mica è facile cambiare idea quando quella di prima ha secoli e sacre scritture (alla lettera) ad accreditarla. Eppure ha avuto la forza di guardare oltre il sistema di codici interpretativi che reggeva il suo mondo. Con Copernico e Keplero apre strade che fanno invecchiare il sistema dominante, che diventa in un giorno "scaduto".

Galileo è stato per noi simbolo di un pensiero che fa "resistenza" all'omologazione. Non è una cosa da poco, non è una cosa scontata anche se noi ce la sentiamo raccontare da quando eravamo bambini. Perché, se ci pensi, è facile irridere le teorie del passato, tutte quelle storie sulle stelle fisse e sulle sfere di Tolomeo. E' più difficile metterle in discussione mentre ci si vive dentro. Ecco, Galileo è stato un maestro di ironia e in questo senso cerchiamo le sue tracce nel contemporaneo. Perché Galileo ha "penato" per far accettare l'evidenza, ma ogni giorno, nei laboratori del Gran Sasso e nelle università di questo Paese, ci sono donne e uomini impegnati a scoprire una chiave diversa per leggere il mondo.

E' vero che le mie parole in scena sono cambiate, questo personaggio ha preso forma, corpo e voce poco per volta. E' la mia idea di Galileo, il mio ritratto e questo contiene elementi connessi alla fisicità del personaggio che all'inizio non potevo immaginare, come la voce che pian piano è emersa, elementi che hanno reso questo racconto molto più musicale. Oggi per me Galileo è più una questione di teatro che di storia. Anche per questo mi accorgo che sorrido di lui assieme al pubblico e per questo gli metto in bocca la mia lingua madre - il veneto - costruendo momenti vicini alla commedia dell'arte.

Ma è altrettanto vero che la storia di Galileo offre spunti e ragioni per interrogare il futuro senza l'ossessione magica di indovinarlo per forza. In quel percorso fatto di dubbi e di azzardi abbiamo voluto leggere la resistenza all'oscurantismo e la resistenza al tempo che indurisce il pensiero. Vista a 400 anni di distanza, rischia di essere una parziale idealizzazione. Però davvero il confronto con questo vecchio geniale, con questo curioso instancabile, ci porta a osservare il contemporaneo e le sue contraddizioni.
Viviamo in un tempo in cui la ragione ha perso appeal. Forse la scienza ci ha deluso, perché oggi propone poche certezze e tutto sembra relativo dopo Einstein. E poi - diciamolo - ci ha deluso perché non garantisce più un futuro migliore per tutti. Ecco perché Galileo appare interessante oggi. Andiamo a presentare un lavoro teatrale nelle viscere della terra, in un laboratorio di caratura internazionale che ospita alcuni dei progetti più avanzati in ambito scientifico, perché ci interessa aprire un dialogo con la scienza che è linguaggio astratto. Ogni inquadratura porterà un contrasto tra il Seicento che racconto e che impersono e quel Duemila che significa futuro.

Quando abbiamo pensato tutto questo partivamo da una urgenza cruciale: non raccontare una storia, non limitarsi a narrare le gesta di un pensatore pur se rivoluzionario. Invece, proprio perché capire la scienza è difficile, soprattutto se si perdono i requisiti di certezza e incontrovertibilità, cerchiamo di vedere in faccia le persone che oggi fanno scienza per "mestiere".

Alla fine, da Galileo, mi sembra che venga un messaggio importante e carico di fiducia. E' una sfida al realismo che genera rassegnazione. E naturalmente non sto parlando di rivendicazioni sindacali per i poveri camici bianchi costretti a cambiare il mondo per un tozzo di stipendio e senza fondi, ma mi sembra che si possa entrare nel merito del valore di quello che nasce nelle menti e nei centri di ricerca. Il nostro approfondimento in tv, che viene dopo lo spettacolo, racconta l'importanza della carta stagnola, quella che si usa ogni giorno in cucina e che è stata un componente importante per progetti di alto valore scientifico.

E' con questo linguaggio che ci vogliamo confrontare. E' il linguaggio che unisce il Seicento di Galileo e il laboratorio del Gran Sasso. Nel Seicento dominava il linguaggio teologico, oggi la nostra teologia è la politica incrociata con l'economia. Io amo la politica, ma non è l'unico modo di ragionare, la mediazione non è l'unica strada per definire posizioni e idee. Credo che dovremmo tutti imparare qualcosa dal linguaggio della scienza, che è fatto di verifiche e di confronto con le reazioni. Le teorie devono essere verificabili e oggi la verifica è più che mai necessaria, per non abbandonare la ragione a chi è capace di mettere maggiore forza nelle proprie affermazioni.

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