Avvicinandosi, come di consueto, alla ribalta per parlare con gli spettatori, Marco Paolini dichiara fin da subito come Boomers, rappresentazione da lui recitata e scritta insieme a Michela Signori, potrebbe risultare non del tutto comprensibile. Il tema, oltre a riferirsi alla generazione dei «sopravvissuti», di quanti, cioè, essendo anziani hanno qualche difficoltà ad adeguare le proprie abitudini alla rapida evoluzione della società tecnologico-digitale, si propone come un «gioco», come un viaggio riflessivo sulle contraddizioni del mondo. Pertanto, la sua narrazione chiede sostegno alla musica, eseguita dal vivo da Luca Chiari, Stefano Dallaporta, Lorenzo Manfredini, e al canto-recitazione della brava Patrizia Laquidara.

Lo smarrimento esistenziale e l’incapacità di comprendere il cambiamento impongono, però, una presa di coscienza civile, e persino un ripensamento del passato. Paolini elenca una catena di avvenimenti che dalla bomba atomica di Hiroshima e dallo sbarco sulla luna, attraverso le lotte operaie e studentesche, giungono fino al tracollo delle strutture sociali e al propagarsi di una diffusa sensazione di paura. Poi, nel racconto di Nicola emerge il confronto necessario della «bella gioventù» con i sogni del figlio, vale a dire con il «gioco» di un ragazzo che possiede le chiavi della tecnologia. Difatti, è impegnato nel migliorare il paesaggio di una start-up per un videogioco simulato; e chiede al padre di partecipare al suo esperimento indossando un visore virtuale, un arnese magico che proietta il genitore in un immaginario nostalgico e anestetizzante. Il salto ciclico è compiuto: il gioco della memoria si vaporizza in una costruzione aleatoria, finta, affidata alle reti globali.

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