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Intervista: Marco Paolini “Il mio Ulisse che sogna l’anonimato in questo mondo di semidei”

Ogni sua storia, anche se lontana nel tempo, intreccia vicende, pensieri, personaggi, divagazioni che diventano una chiave per entrare nella contemporaneità e farci capire qualcosa di più di noi.

E anche ora che Marco Paolini torna a una figura più volte narrata, Ulisse e la "sua" Odissea con quella variegata tessitura di avventure, dèi, mostri, eroi e guerrieri, in realtà parlerà di noi, «di noi occidentali, umani aumentati, semidei che guariamo dalle malattie, ci allunghiamo la vita e le odissee degli altri non ci riguardano perché noi apparteniamo a un'altra categoria di garanzie», dice. Lo spettacolo scritto con Francesco Niccolini è Il calzolaio di Ulisse e debutta stasera, con la ritrovata complicità del regista Gabriele Vacis, al Teatro Romano di Verona per l'Estate Teatrale Veronese in forma di oratorio, con le musiche di Lorenzo Monguzzi, in scena con Saba Anglana, Vittorio Cerroni e Emanuele Wiltsch.

Un "canto barbaro" che diventerà nei prossimi mesi "Nel tempo degli dèi", uno spettacolo di maggior respiro coprodotto da Paolini con la sua Jolefilm e il Piccolo Teatro di Milano dove debutterà il 14 marzo. Ma l'avventura dell'Odissea non sarà l'unica di questa estate per l'attore veneto: il 28 e 29 sul Monte Tomba per il festival Vacanze dell'anima sarà protagonista, per la prima volta con Simone Cristicchi e con il coro della Valcavasia, di Senza vincitori né vinti, omaggio a 10 anni dalla scomparsa di Rigoni Stern.

Paolini, partiamo da Ulisse?

«Sono anni che ci lavoro su. Il primo passo risale al 2003: con Uri Caine, Giorgio Gaslini, nella nave-teatro di Arnaldo Pomodoro, presentai un racconto breve che poi rifeci più volte».

E stavolta?

«Siamo partiti dall'idea che Ulisse dieci anni dopo il ritorno a Itaca e la strage dei Proci sia ripartito con un remo in spalla, lontano dal mare, dove incontra un uomo che, secondo la profezia di Tiresia, gli permetterà di tornare a casa per sempre. E quell'uomo noi lo materializziamo in uno studente che conosce Ulisse dai banchi di scuola, uno che ha l'età di chi mette in discussione l'eredita dei padri».

E il calzolaio chi è?

«Ulisse. Lo dice Eratostene di Cirene, Ulisse vuole l'anonimato e si nasconde fingendosi calzolaio. Ma, nel nostro racconto, lo studente riconosce in lui la rockstar e la costringe a raccontarsi. Ulisse è sempre lui, quello che è cambiato è il genere umano. Intorno a lui ci siamo noi uomini di oggi, semidei che crediamo di potere fare tutto. Anche quel ragazzo per Ulisse è un alieno. Come spesso lo sono i figli per i genitori».

Eppure Ulisse non è uno sprovveduto, no?

«Ulisse è il coraggio, l'eroismo, la furbizia, ma a mi me piase de più pensarlo come uno che in mar ghe va perché s'è costretto, ma è un contadino che sarebbe rimasto volentieri a casa a coltivare il campo. E non lo dico a caso perché i greci di navigazione sapevano poco».

Lo spettacolo rifarà la sua odissea?

«Non è mica un ripasso. Se l'Odissea continua a battermi in testa è per motivi legati al nostro tempo, l'emergenza delle migrazioni, la fine degli eroi, il prezzo che si paga quando ti fanno credere che la tua vita è un diritto, ma anche quella sensazione frustrante di essere oggi spettatore impotente di qualcosa che ci sta cambiando la qualità dell'aria, e rende pesanti anche solo il restare umani».

Si riferisce a chi definisce "pacchia" le odissee di oggi?

«È talmente scontato che non c'è bisogno di sottolinearlo, anche se sarà uno spettacolo radicalmente politico. Perché sono tempi in cui condividiamo solo pensieri oscuri, difensivi; l'unico collante tra le persone è la paura. Io vorrei alzare l'asticella della sfida, e indurre a condividere non più la paura, ma la dignità, il sogno».

E l'altro lavoro? Ci sono punti di contatto?

«Non direi, anche se c'è sempre Francesco Niccolini, qui coautore con Rigoni Stern. Si racconta la guerra nell'esperienza di un vecchio contadino, Tönle Bintarn, che tornando a casa pensava di ritrovare un mondo che non c'è più. Mi piace perché è un lavoro senza retorica, lassù sotto la vetta del monte Tomba dove bisogna andar su a piedi, con una fatica condivisa, un coro straordinario. E poi ho un debole per Simone Cristicchi perché è una forza della natura, ha i capelli e io no, lui del sud e io del nord, lui interpreta il giovane e io il vecchio e questa è l'unica cosa su cui il drammaturgo non ha avuto la mia approvazione».

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