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Messaggero Veneto – Galileo ritrova umanità e libertà

Il titolo, ITIS Galileo, dell’ultimo spettacolo di Marco Paolini l’altra sera a Zoppola freschissimo di debutto (appena il giorno prima in quel di Mira, Venezia), potrebbe trarre in inganno, facendo pensare a una sorta di lezione o a un ricordo di scuola superiore (l’ITIS del titolo, appunto), di quelli che riescono tanto bene all’attore veneto e che ci ha regalato in quei straordinari giochi della memoria collettiva che sono i suoi indimenticabili Album. No, ITIS Galileo è uno spettacolo su e con Galileo (anche se si può leggere come un esemplare modello di nuova didattica!): spettacolo vero e proprio, dunque, proposto da Ert e Comune, con un copione molto calibrato tra dato informativo e riflessione, tra l’oggettività dei fatti storici e preziose suggestioni emozionali, persino con tanto di prologo davanti al sipario.

Così, dopo alcuni ragguagli e divagazioni anche divertenti su Galileo, Copernico, Tolomeo, Platone e Aristotele, la sistemazione dell’universo con quel che ne consegue, oroscopi in primis (tanto per dire quanto pericolose, oggi come in passato, siano le derive nelle false credenze e nei falsi profeti, quando ragione e ragionevolezza latitano), ecco aprirsi lo spazio scenico dominato da una grande sfera, una sorta di mina pronta a esplodere quando Galileo arriverà alla dimostrazione, grazie al suo cannone occhiale, della teoria copernicana, per rivelare il modellino del sistema solare coi pianeti ruotanti intorno a lui. E ancora un leggio, per alcune brevi incursioni nel teatro shakespeariano, ad esempio con una efficace citazione dall’Amleto in lingua madre, vale a dire il veneto reinventato alla Meneghello, o per alcuni brani dell’opera di Copernico; e su tutto in gigantografia un brano autografo dal Dialogo sopra i due massimi sistemi.

E poi Paolini, che questa volta ha in un certo senso superato se stesso: non solo affabulatore dal linguaggio ammaliante (un italiano rivificato nel veneto) e dai tempi perfetti, sapiente nel catturare il pubblico anche con qualche battuta comica, ma attore a trecentosessanta gradi che, cappelluccio nero in testa e grembiulone di cuoio da garzone di bottega, prende le parti dei personaggi messi in campo, diventa quei personaggi in piena adesione con una trama che è sì di narrazione, ma si accende di tante figure, e poco importa se sono apparentemente piccole: è il peso che rivestono nel racconto (dove nulla è superfluo o buttato lì, tanto per fare – chessò – una ruffianata magari sul politico contemporaneo), e il loro significato anche simbolico, ad avere nell’interpretazione di Paolini un giusto e motivato rilievo. Una scrittura drammaturgica che restituisce l’umanità di Galileo e il valore della sua scienza nel dare finalmente corpo e voce a un comune sentire della sua epoca, stanca delle chiusure dogmatiche del potere religioso e intellettuale, per cui, ad esempio, non appaiono affatto peregrine, anzi danno un più ampio respiro teatrale le citazioni di e da Shakespeare.

Il risultato è sorprendente perché ciò che più colpisce di questa avvincente serata teatrale è il fatto che, con la leggerezza di un teatro che è anche intrattenimento ma intelligente senza proclama alcuno, senza didascalismi, senza ammiccamenti o riferimenti precisi, la figura di Galileo e le sue vicende, ci vengono restituite in tutta la loro innegabile attualità per e in un mondo, come il nostro, così poco incline all’esercizio della critica, del dubbio, della messa in discussione. Non a caso, lo spettacolo, dopo le dolenti note dell’abiura cui lo scienziato fu costretto dal Santo Uffizio, si chiude sull’immagine simbolica ma non troppo di Paolini che, cavalcando la mina sfera, come un barone di Munchausen dei nostri giorni e sulle note di una coinvolgente versione rock della Quinta di Beethoven, prende il volo inneggiando a Galileo, al suo metodo, alla forza probante e liberatoria dell’errore.

Trionfali le accoglienze del pubblico che stipava il centro civico di Zoppola.

Mario Brandolin

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