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NEL TEMPO DEGLI DEI IL CALZOLAIO DI ULISSE. Teatro Romano di Fiesole: l’umanità raminga dell’ “odierno” Ulisse

Portare ancora una volta il mito di Odisseo su un palcoscenico è una sfida che sembra difficile affrontare nel XXI secolo, dopo che la dilagante fortuna dell’antico eroe ha varcato i confini di ogni tempo e di ogni continente. Marco Paolini, per la regia di Gabriele Vacis, ha deciso di non lasciarsi intimidire e il risultato è Nel tempo degli dei - Il calzolaio di Ulisse, l’ultimo suo lavoro rappresentato nella suggestiva scenografia del Teatro Romano di Fiesole nell’ambito del festival Estate Fiesolana in collaborazione con il Teatro Puccini di Firenze. In deroga al classico format del monologo l’attore veneto ha condiviso lo spazio con un gruppo di ottimi attori e musicisti in uno spettacolo che li ha visti interagire per spogliare il mito della sua aura epica e ritrovare l’uomo Ulisse. 

 

Di tutte le parti del corpo di un uomo quella che sicuramente si identifica meglio con il cammino che ognuno compie sono i piedi. E le sue calzature pertanto si caricano della polvere, del fango, del sudore di tutte le tappe che si sono susseguite, fatte di incontri e di suggestioni. Già Cesare Pavese aveva richiamato la figura di Ulisse nell’omonima sua poesia accostandola all’immagine di due scarponi infangati. Seppur nessun riferimento faccia pensare che Marco Paolini si sia ispirato a questa metafora, sicuramente riusciamo a trovare una comunione d’intenti tra i due: al termine di un viaggio è l’ora di togliersi le calzature e “infangare” gli altri con i propri racconti. Ognuno di questi però nasconde una sorta di aberrazione cromatica per cui le mille lenti della propria sensibilità, dei propri sentimenti, del proprio essere immancabilmente umani deformano le immagini e il risultato somiglia più ad una narrazione che ad una cronaca. Al fine di recuperare l’immediatezza di ogni istante così come il protagonista l’ha vissuto è necessario abbandonare ogni velleità e tradurre un flusso di esperienze “analogico in una dimensione digitale in cui, per quanto alta possa essere la risoluzione, si devono filtrare e selezionare i dati.

Questo appare essere il fine ultimo dello spettacolo che ha preso vita tra le secolari pietre del Teatro Romano: rendere social il mito di Ulisse in un’epoca che si allontana inesorabilmente dall’epos verso una nuclearizzazione del sapere e dell’essere. L’autore ed attore protagonista ha paradossalmente scelto di tradire il più comune punto di vista umano, con cui non solo Pavese ha guardato all’eroe itacese, per dare voce agli dèi, i veri registi delle vicissitudini eternate da Omero. Infatti, nonostante (o per meglio dire, sfruttando) l’immortalità, la loro volontà è vittima di capricci e passioni, quelle stesse passioni e quelle stesse ambizioni, spesso innate, che continuano a guidarci e ancora motivano i nostri viaggi, siano essi di evasione, di fuga o di sopravvivenza e che ci avvicinano molto più a questi burattinai impietosi ed arroganti delle vicende umane che al robusto Odisseo:  eroe dell’ambiguo, coraggioso, bugiardo, violento, testimone passivo della distruzione di Troia, vendicatore, padre assente e inarrivabile, spietato con gli uomini e con le donne della sua storia. Ma anche pedina inconsapevole di forze più grandi e incomprensibili, vagamente titanico nella sua scalata all’Olimpo per rendere conto al divino dell’assurdità della sua vita di esule destinato a mai fermarsi, a mai tornare del tutto, se non da straniero, “giocattolo degli dèi”. E questi Dèi sono più che mai figli dell’uomo, non eredi delle sue migliori qualità, anzi, specchi della sua arroganza, del suo delirio di onnipotenza. Lo provocano perché è vecchio, uno dei tanti, un fuggitivomigranteprofugo, lo incalzano in un viaggio a ritroso nella memoria e lo fanno col ritmo irriverente e semplificato dei giovani d’oggi, riparati dal filtro anaffettivo e un po’ tirannico della propria eternità, impazienti di emozioni forti e rapide, come una storia su Instagram. Non poteva esserci quindi un legame più contemporaneo cui agganciarsi per proseguire quella tradizione orale che vide nascere il mito fino a raggiungere le orecchie e la mano di Omero.  Paolini, nonostante il linguaggio e le similitudini riferibili all’hic et nunc, non cede alla tentazione di stravolgere la classicità tradendone la natura. “Una lingua morta dà come le stelle morte da cui ancora arriva la luce”: lasciare spazio ai suoni dell’antica lingua greca non significa pertanto restare pedissequamente fedeli all’originale ma restituire altrettanto fedelmente un passato rispettando un dovere di cronaca che attraversa l’intera messa in scena. E’ così che trovano spazio un’imbracatura elastica che ricorda il moderno bungee jumping nonché le coperte termiche che spesso accolgono i moderni migranti del Mediterraneo. L’originalità della rilettura di questa storia immortale sta tutta nell’intreccio audace, estremo e, per questo, avvincente tra l’epos antico e la fitta filigrana di riferimenti al presente nei suoi aspetti più prosaici e meschini. Le miserie delle nostre cronache di quotidiani orrori, dalla corruzione politica al razzismo di ritorno e alle stragi dei migranti, si fanno  mito e il mito si fa racconto greve di taverna. La farsa e la tragedia si fondono ad ogni passo.

A raccogliere la testimonianza del “calzolaio” di Odisseo sono Hermes, interpretato dal sorprendente Vittorio Ceroni, appena diciassettenne, e gli altri abitanti dello “chalet Olimpo” cui danno voce gli attori e musicisti Saba AnglanaElisabetta Bosio e Lorenzo Monguzzi, interlocutori attenti e pronti ad arricchire il racconto del protagonista. Marco Paolini, con un accento vagamente balcanico, si presta ad un incalzante interrogatorio in cambio di qualche capo di bestiame che possa garantirgli un vitto dignitoso, aspirazione massima per un migrante, sia esso mitologico o inevitabilmente contemporaneo. Abbandonando il formato del monologo (seppur accompagnato solitamente da musiche e melodie), l’artista veneto ha saputo ben coordinarsi con i suoi compagni di palcoscenico senza correre il rischio di eclissarli e lasciando spazio alla dimostrazione dei loro talenti e ad una narrazione composita in cui ritroviamo la sua consueta graffiante capacità di denuncia, superata ed evoluta in una recitazione corale e decentrata che potenzia l’operazione di riscrittura del mito. Saba Anglana ha incantato il pubblico facendo riecheggiare nell’antica cavea che ci ospita sonorità mediterranee accostate spesso a note rock grazie alla chitarra di Lorenzo Monguzzi e agli altri strumenti, molti a percussione, suonati dal vivo: un potente mix di atmosfere interculturali spinto all’estremo, che riproduce in chiave musicale l’epopea estraniante del viaggio. Efficace anche la regia di Gabriele Vacis per quanto non abbiamo molto apprezzato la scelta di disporre i musicisti su un palco un po’ troppo risicato e non molto funzionale, ai nostri occhi, ai fini della rappresentazione.

Per quanto meno emotivamente coinvolgente, l’attenzione posta all’epilogo di morte con la strage dei Proci, sacrificando altri episodi della narrazione, dalle Sirene ammaliatrici all’incontro con Scilla e Cariddi, si colora in maniera inedita di un sofferto confronto generazionale tra vecchi e giovani: i primi resi forti, indistruttibili dall’esperienza della sofferenza, i secondi rappresentati nella loro mollezza, superficialità, inadeguatezza all’eredità lasciata loro dai padri.

Ed in questo epilogo non si salva nemmeno l’incontro con la ritrovata consorte. Sebbene vittorioso, Ulisse esce sconfitto dalla sua epopea. Penelope lo accoglie freddamente, seppure intenerita una volta riconosciutolo suo marito: lo abbraccia ma gli rinfaccia “Comunque, hai sbagliato”. E in questo sembra riassumersi il destino degli uomini: vivere nel rischio continuo del fallimento o del deragliamento imprevedibile degli eventi dalle proprie intenzioni. E nonostante la proposta dell’eternità che gli fa Hermes, Ulisse decide di rifiutare consapevole di aver bisogno della sua umanità, ostinato a preferire il brivido che solo la consapevolezza della finitudine gli regala. Con uno struggente inno all’uomo si chiude questo inaspettato e potente Ulisse pop, denso di spunti e provocazioni da lasciar fluire e far decantare.

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