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MilanoTeatri – Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse

Cosa accade ad Ulisse in seguito alla strage dei Proci? Con questo episodio, nell’immaginario collettivo, si conclude il lungo viaggio dell’eroe, finalmente approdato all’agognata Itaca, dalla fedele Penelope e dall’amato Telemaco. Pochi, invece, sanno che, nella discesa agli Inferi, Tiresia predice ad Ulisse una nuova peregrinazione della durata di dieci anni: dopo il suo arrivo ad Itaca egli sarà costretto a vagare per il mondo con un remo sulle spalle, con la sola compagnia di Telemaco, fino a quando incontrerà un uomo che gli chiederà di raccontargli la sua storia; solo allora potrà tornare a casa, invecchiare ed infine morire. L’Odissea si conclude frettolosamente, con la vendetta dell’eroe esule, il riconoscimento da parte della moglie e un sereno abbraccio famigliare. Un lieto fine che non corrisponde al suo destino, secondo quanto gli è stato predetto dall’indovino tebano, ed è proprio questa la storia che lo spettacolo di Marco Paolini, Nel tempo degli dei – Il calzolaio di Ulisse – in scena al Piccolo Teatro Strehler dal 14 marzo al 18 aprile – tenta di esplorare attraverso una rilettura modernizzante.

Lo spettacolo è in realtà il punto di arrivo di un percorso che ha inizio nel 2003, quando Paolini decide di esplorare il personaggio di Odisseo attraverso il medium musicale, con le improvvisazioni di Giorgio Gaslini e Uri Caine, nel sito archeologico di Carsulae. Il secondo incontro con il mito avviene nel 2013, a Milano, all’interno di un ciclo di incontri parallelo alle repliche di Odissey di Bob Wilson, al Teatro Strehler. È proprio in questa occasione che l’attore entra in profondo contatto con il testo greco, scoprendo nuove chiavi di lettura e un differente punto di vista. Fin dal principio, appare subito evidente che questo nuovo lavoro miri a mettere in luce soprattutto il conflitto dell’uomo antico – ma anche moderno – con l’apparato divino, che osserva e interviene, determinando il destino degli uomini secondo il proprio arbitrio e capriccio. Tutta l’avventura dell’eroe, il suo interminabile viaggio, la strage di cento giovani uomini e delle dodici ancelle, è stabilito a tavolino da esseri divini con fattezze e caratteri mortali, irrazionali, prepotenti e dotati di umori incostanti. Ulisse è invece un uomo ormai anziano, saggio e stanco, i cui rimorsi degli efferati crimini logorano senza sosta. Così, durante l’incessante cammino incontra finalmente un giovane pastore, particolarmente interessato a conoscere la sua storia: inizia così il racconto delle avventure che lo hanno portato sino a quel momento, una rievocazione dei principali episodi – alcuni estremamente noti, altri meno – dell’opera omerica.

La drammaturgia, nata dalla collaborazione di Paolini con Francesco Niccolini, tenta di rielaborare la tradizione, proponendo un testo che tradisce, in parte, l’originale per trovare dei punti di contatto con la realtà contemporanea, a partire da un linguaggio particolarmente ricco di termini e riferimenti alla cultura dei Millenials, che lo spettacolo mira a coinvolgere. Interessante risulta, certamente, la scelta di utilizzare un marcato accento veneto per la caratterizzazione dei personaggi principali, primo tra tutti Paolini, che stringe così un legame profondo tra il testo e le proprie radici. In questa rielaborazione, gli dèi assumono, allora, l’aspetto degli uomini occidentali, benestanti e viziati, dominati dalla logica capitalistica, ossessionati dai confort e incapaci di comprendere il diverso, soprattutto quando questo rifiuta volontariamente l’integrazione, ovvero l’accesso allo “chalet Olimpo”, un’Arcadia ben nota, che rievoca il nostro mondo perfetto e rarefatto.

Un ruolo importante nello spettacolo è rivestito anche dalla componente musicale, che diventa parte integrante della pièce, con le notevoli performance dal vivo di Saba Aglana – che interpreta i principali ruoli femminili –, Lorenzo Monguzzi, il vecchio aedo Femio, Elisabetta Bosio, una frizzante e un po’ dark Atena, e Vittorio Cerroni, il giovane pastore che infine si rivelerà il dio Ermes, antenato di Odisseo. Attraverso la colonna sonora viene raccontata la storia del mondo, dei creatori e delle creature, a partire da un insignificante sasso, l’elemento in assoluto privo di vita ma fondamentale per la sopravvivenza del padre degli dei, Zeus, e quindi indirettamente responsabile della vita stessa. La musica accompagna, quindi, i momenti salienti della narrazione, creando suggestioni e costruendo nessi con la realtà contemporanea.

La rilettura di Paolini produce sicuramente fascinazione e permette al pubblico – in particolare quello giovanile – di entrare in empatia con un testo originale che attinge dalla vasta tradizione classica. Quest’operazione è resa possibile anche grazie ai numerosi momenti comici, che assumono nella performance un ampio spazio, fagocitando, in parte, il dichiarato messaggio politico, che tende a dissolversi a vantaggio dei singoli dialoghi e battute. Ciononostante, al termine della rappresentazione, lo spettatore non può non porsi degli interrogativi sul proprio viaggio terreno e domandarsi quale sia la strada che il nostro mondo desidera percorrere, quella lastricata e agevolata di dèi capricciosi ed umorali oppure quella impervia e crudele ma ancora profondamente umana.

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