tratto

NIX

Non un saggio ma un racconto
perché mi sembra più giusto parlare con delle storie
perché prima o poi questo racconto lo ascolterete e sarà già diverso
ma adesso sento il bisogno di ricordarci della scadenza del 12 giugno.

con attenzione, M.P. 

NIX

Neve sporca di matita
e l’aria pare più pulita.
Piccoli iceberg tascabili
sul bordo dell’asfalto
tre giorni dopo la nevicata
dell’inversione termica.
La montagna è limpida,
completamente secca e nera,
si staglia a chiudere il teatro delle Alpi.
Bianco l’argine del Brenta,
bianche le aree artigianali dei distretti che,
per smuovere un prodotto interno lordo e pigro,
produce e subito allontana il prodotto,
il magazzino delle merci viaggia
su camion sempre in strada,
camion che non portano da nessuna parte
ma si muovono per smuovere qualcosa.
Cosa? Polvere.

Polvere nell’aria, polvere sottile
che consuma il bonus di 35 giorni all’anno
che l’Europa concede a chi inquina.
Son bastati 34 giorni a consumarlo,
poi è nevicato e siamo salvi
niente blocco del traffico.
Per un giorno la notizia è stata: nevica!
E il panico ha preceduto i fiocchi,
panico mediatico e segnaletico
Attenzione gente nevica!
Nessuno potrà venirvi a tirare fuori.

Poi è cominciata.
Poi tutti a fare previsioni: attacca o non attacca?
Se attacca bisognerà difendersi.
Ma come?
In ordine sparso, cercando di minimizzare le perdite.
Dio quanto ci è costata questa nevicata.
Bollettini di guerra accompagnano la giornata di neve.
Il giorno dopo, polemiche di guerra.
È stata una debacle,
un’invasione sulla sfera privata e degli affari,
“ma perché è nevicato proprio a me?”
si chiede un onorevole bloccato su un treno che più veloce non si può?
In fondo parevano 50-70, ma erano solo 10 o 15 i centimetri di neve.
Sono molti anni ormai che la neve è diventata eroica,
ogni centimetro fa per 5 o 6.
Inutile spiegare che la neve è ormai solo un rischio calcolato,
costa così tanto spalarla con i manovali e gli stradini
che è meglio affrontare cittadini e viaggiatori inferociti una tantum.
Tantum non nevica quasi mai.

Due giorni dopo è tutto bellissimo
e nessuno osa protestare della bellezza che rende bambini.
Tre giorni dopo ha cambiato colore
e purtroppo quello brutto dura di più.
È un’agonia quella della neve rimasta lungo le strade a file di montagnole sporche.
Sono temporary filters, rigorosamente esagonali,
che condensano e distillano polvere di monossido trattenendolo in superficie;
se si scava superando l’orrore del nero, sotto è ancora immacolata.
Imma-colata (e continua a colare, si ritira e cola).

H2O contro CO2 e altri.
Adesso quella che ha attaccato deve difendersi e non c’è storia
vinciamo noi, tranquilli vinciamo noi.
Alla fine resta uno strato di fango secco,
poi secca anche quello e la polvere si alza nell’aria.
Il 35° giorno è arrivato,
il bonus è finito,
faremo un blocco, ma dura poco.
Non si può bloccare un sistema economico fondato sulla polvere nell’aria.

DUE PARTI DI IDROGENO E UNA DI OSSIGENO

«Porteme in riva puteli
porteme in riva, sul confin
ndò che l’acqua toca la tera
ndò che l’ suto diventa bagnà...»

Domani sulla riva metteranno il cartello PRIVATO.
Non può essere così.
Perché non riesco a non pensare che non sia roba da vendere e comprare,
so che è così Bloom, ma dimmi perché,
dammi una buona ragione Bloom!
E lui.
Per la sua uguaglianza universale
che la fa tendere sempre allo stesso livello orizzontale ovunque si trovi
per l’indipendenza di ogni particella dalle altre,
per la semplicità della sua costituzione
solo due parti di idrogeno per una di ossigeno.

Per la libertà del suo stato liquido, solido, gassoso
nel ciclo della pioggia e delle correnti.
Per la variabilità da quiete a tempesta.
Per la consapevolezza planetaria della sua superficie,
pari a 3 volte quella della terra emersa.

Per la grandezza di ogni orizzonte marino che da qualche parte diventa oceano,
per il suo essere linea confine, finis terrae
che disegna il mondo conosciuto.

Per i pesci e i mammiferi marini,
per la capacità di sciogliere e trattenere i sali, lo zucchero,
la stanchezza umana e i rifiuti organici.

Per la sua spinta dal basso verso l’alto
uguale alla massa del liquido spostato,
per la commovente resistenza di ghiacci e nevai
ai mutamenti climatici per niente scontati o mal calcolati.

Per la pazienza dei bagnasciuga a ferragosto
e per la dignità di memoria del nome di fiumi avvelenati e disseccati
in modo per niente scontato o mal calcolato.

Per la violenta capacità di reazione
di Geyser, maremoti, tempeste, tsunami,
maelstrom, meltemi, piene e alluvioni.
Per il mistero delle sorgenti prosciugate da grandi opere
per niente scontate o mal calcolate

Per l’umidità dell’aria,
per la nebbia e la rugiada,
per la neve e per la grandine.

Per la capacità di lavare, togliere la sete,
spegnere il fuoco, nutrire le piante.

Per essere risorsa, diritto, elemento fondante come aria,
e come l’aria di difficile conversione in merce.

Che prezzo infatti si può dare al vapore, alla nebbia,
alla nube, alla pioggia, al nevischio, alla neve, alla grandine?
Nel bilancio idrico del pianeta la grandine
deve essere considerata un costo o un ricavo?

Il suo essere bene indiviso da secoli nelle antiche civiltà
che fermavano la proprietà sulle rive, non le ha impedito
il diventare merce nell’ultima frontiera, il WEST,
dove chi arrivava primo alla terra
era padrone anche dell’acqua e delle sorgenti,
purché avesse un fucile per difenderla.
I nativi d’America erano ovviamente esclusi dalla gara
perché trovandosi già in loco erano troppo avvantaggiati.
L’ultima frontiera è diventata una miniera dove si estrae mercato da ogni cosa.
Nasce così la possibilità di vendere e comprare acqua
basandosi sul nuovo diritto di proprietà.
È un’idea che fa proseliti, frizzante, leggera.
Ah Bloom, per bere dovremmo stappare.
Imbrigliare, arginare, deviare, sbarrare,
e pensare a come rivendere gli iceberg.
E il prezzo? Un tanto al litro quotato in borsa come petrolio?
Difficile non pensare alle conseguenze
di una eventuale svalutazione del valore dell’intera razza umana,
giacché per la sua ubiquità l’acqua rappresenta
il 90% del peso di ogni corpo umano.
Dunque che prezzo dare alla vita? Che valore?
Più o meno, pagandola bene, 6 bottiglie di acqua minerale.

E la scadenza? Se è merce avrà una scadenza.
Che faremo allora degli stagni pestilenziali,
delle lagune museo, delle pozzanghere inquinate,
ma soprattutto dell’acqua dei fiori andata a male.
Nel bilancio idrico contabile del pianeta
l’acqua dei vasi da fiore andata a male
dove la mettiamo: a costo o a ricavo?
Ma dove siamo, sulla Luna?

«Porteme su la riva puteli
porteme sul confin
ndò che l’acqua toca la tera
ndò che l’ suto diventa bagnà...
Lasseme nudo e tegnive pur le scarpe
che no me serve più
farò domanda di cambiar specie».

NOTE

Avrei potuto esser meno leggero, più preoccupato, ma non credo che l’argomento abbia bisogno di sottolineature. Sull’idea dell’acqua come bene pubblico da amministrare, da conservare, da gestire come bene pubblico inalienabile si fonda buona parte del nostro futuro di cittadini.
Sull’argomento le cose più importanti degli ultimi mesi mi sembrano quelle scritte da Carlo Petrini su Repubblica del 5 febbraio 2011. Le sottoscrivo, e spero che saremo in tanti a farlo.
Quello che ho scritto è un divertimento in due parti, la prima dedicata a Giovanni Keplero che 400 anni fa, nel 1611 descrisse per primo (credo) la forma esagonale dei fiocchi di neve. La seconda è una trascrizione appena modificata di una ballata chiamata “Due parti di idrogeno e una di ossigeno” che ho scritto qualche anno fa. Mi sembra più attuale adesso.

Marco Paolini, 2011