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Paolini, calzolaio di Ulisse, tra Dei, Proci e contemporaneità

Per chi ama il teatro, la prosa quella vera, quella fatta di contenuti, regia e recitazione, il nome di Marco Paolini rappresenta una garanzia di qualità. Un battitore libero l’attore veneto, unico e inimitabile, la cui popolarità esplose dopo il passaggio televisivo di quel capolavoro di teatro civile che è “Il racconto del Vajont”, visto al Palamostre di Udine qualche anno prima, ospite della stagione di Teatro Club firmata da Rodolfo Castiglione che fin dagli esordi ne aveva intuito il talento.

Sono passati quasi trent’anni (era il 1993) da quel monologo, una cifra stilistica che ha contraddistinto la carriera di Paolini nelle sue diverse e sempre interessanti produzioni. Monologhi nei quali risuona da sempre il dialetto veneto, fin in certe espressioni gergali quasi dimenticate, che danno leggerezza ai pensieri e colorano le storie. Anche la musica è una componente irrinunciabile dei suoi spettacoli, rafforza i testi, segna i ritmi.

La novità principale di “Nel tempo degli dei – Il calzolaio di Ulisse”, approdato sul palco del teatro Nuovo di Udine il 12 febbraio scorso (repliche al teatro comunale di Monfalcone il 18 e 19 febbraio prossimi) è la squadra chiamata questa volta a interagire con lui sul palcoscenico.

Si tratta di giovani attori e musicisti: Elia Tapognani,  il diciottenne padovano Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi (autore delle musiche, chitarra e voce), Elisabetta Bosio (basso e contrabbasso elettrico) e Saba Anglana (voce).

Autori del testo dello spettacolo sono lo stesso Marco Paolini e il livornese Francesco Niccolini mentre a firmare la regia è Gabriele Vacis, la scenofonia, luminismi e stile sono di Roberto Tarasco, la produzione di Michela Signori in coproduzione con Jolefilm – Piccolo Teatro di Milano – Teatri d’Europa.

Ha radici lontane la fascinazione di Paolini per l’eroe omerico, (il calzolaio di Ulisse infatti è “solo” l’identità dietro la quale si cela il protagonista dell’Odissea che, tornato a Itaca, non vuole farsi riconoscere prima del tragico epilogo finale). Già nel 2003, nel sito archeologico di Carsulae, con improvvisazioni musicali di Giorgio Gaslini e Uri Caine e la scena di Arnaldo Pomodoro, diede vita a una rappresentazione scenica del racconto con il titolo U.

Il percorso è continuato per molti anni fino ad approdare alla stesura definitiva del testo e alla realizzazione dello spettacolo che con il titolo “Nel tempo degli dei” ha debuttato nel marzo del 2019 al teatro Strehler di Milano, raggiungendo in due stagioni il ragguardevole traguardo di 100 repliche.

C’è poco di epico e ancora meno di eroico nell’Ulisse raccontato da questo poderoso lavoro che guarda al passato remoto per farci riflettere sul presente e sul futuro che ci aspetta. “Ulisse per me – puntualizza Paolini – è qualcuno che di déi se ne intende e davanti alle sirene dell’immortalità sa trovare ragioni per resistere”.

Ulisse, nella messa in scena di Paolini è un resiliente per usare un termine moderno, uno capace di reagire agli eventi traumatici della vita, di ragionare con la sua testa e di gestire il suo destino.

È l’umanità a imporsi sulla scena, quello di un vecchio Ulisse che arranca trascinando un remo enorme diretto allo chalet Olimpo per un coraggioso faccia a faccia con gli déi. Divinità volubili e astiose, che guardano alla terra come fosse “un parco giochi del quale gli uomini sono l’attrazione”.

Trattenuto da un enorme elastico, guidato dal figlio Telemaco (Elia Topognani), Paolini/Ulisse s’imbatte in un impertinente e sfrontato pastore dietro cui si cela Hermes, dio profumo d’inganno, protettore dei ladri, degli attori e degli sms (Vittorio Cerroni) che gli chiede di raccontare le tante storie vissute. Ulisse rivive e racconta di viaggi e peripezie, errori, furbizie amori e rimorsi. 

La leggenda epica diventa quotidiano, l’attualità s’infila furtiva nelle pieghe del racconto, la lingua ruba a piene mani dal dialetto, l’ironia conferisce leggerezza al racconto.

L’interazione con il coro, i musicisti e gli attori, si fa sempre più coinvolta, musica e parole.

Su tutte la voce e presenza scenica di Saba Anglana, una vocalità limpida, travolgente, piena e seducente. Disegna con precisa personalità ogni figura femminile richiamata dalla memoria di Ulisse. 

La scena scarna ma di grande efficacia, ricca di effetti e di allusioni, nei pannelli metallici sospesi sullo sfondo della scena e nell’enorme drappo bianco che si fa vela e muro, che avvolge e separa. Pregevole la regia di Gabriele Vacis che riesce a dare rigore e disciplina al lavoro, in un crescendo di ritmo ed emotività.

La riconoscibile cadenza greca della recitazione di Ulisse ed Hermes, l’ironia affidata all’uso misurato del veneto e del linguaggio social, i ragguardevoli interventi musicali e cantati, oltre alla disinvolta e calibrata recitazione del protagonista principale capace d’infondere al suo Ulisse una carica di burbera e autentica umanità, sono gli elementi che concorrono a rendere lo spettacolo profondo, coinvolgente e attuale.

Attualità e contemporaneità dell’essere uomini come Ulisse oppure dèi, che giocano con altri uomini.

”Contro gli dèi dovremmo fare ecatombe” (quelli attuali soprattutto). In questa frase la conclusione di un percorso fatto di pensieri e riferimenti contemporanei ben presenti e riconoscibili: le stragi dei migranti, le connessioni internet (la rete che rende volgare tutto ciò che tocca), la distruzione dell’ambiente, le intolleranze alimentari, l’odio verso il diverso, lo straniero, l’arroganza di poter decidere della vita delle persone.

Un richiamo forte e chiaro nella caduta dei Proci rappresentati dalle coperte isotermiche usate spesso per soccorrere i naufraghi che precipitano sulla scena.

Una prova corale di grande intensità (due ore filate) che il pubblico del Giovanni da Udine ha dimostrato di avere molto apprezzato tributando ai protagonisti un convinto e caloroso lunghissimo applauso finale.

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