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Persinsala – Videointervista Nel tempo degli dei

Nello spettacolo Nel tempo degli dei, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, la macchina funziona. Ma il risultato non convince. Colpa del testo o dell’idea di base?

Si può reinterpretare il mito di Ulisse? Ovvio che sì. Certo magari partendo dopo una serie infinita di rivisitazioni, che comprendono anche quelle di Dante e Joyce, qualche dubbio, o qualche timore, potrebbe venire. Ma i miti sono tali proprio perché da sempre vengono continuamente rimastica e aggiornati. Il punto è che, nell’aggiornarli, si dovrebbe raccontare qualcosa di nuovo. È quello che fa lo spettacolo Nel tempo degli dei, portato in scena da Marco Paolini al Piccolo Teatro Strehler di Milano? Un leggero senso di noia che coglie prima della fine, fa venire il dubbio che la chiave o non sia stata trovata o non è del tutto chiara. Ovvio che Ulisse si muova tra rumori del traffico e fumi pestilenziali, che perda la connessione a Internet e debba vedersela con i social. Perfino che navighi in un Mediterraneo infestato dalla plastica. Ma il tutto sembra destinato più a strappare qualche risata che a costruire una narrazione. Intendiamoci: Paolini è sempre bravissimo ed è diventato così dolente da incutere rispetto. La macchina teatrale messa su da Gabriele Vacis funziona benissimo, a parte qualche ingenuità. I musicisti sono bravi. Ma, allora: perché farli recitare? La volenterosa violinista-contrabbassista diventa così una pessima Atena, né gli altri, tra cattiva recitazione e accenti dialettali improbabili, fanno una migliore figura. E invece con le note se la cavano alla grande. Paolini non affronta più la scena da solo. Ma così, sembra ancora più solo. In più non è tanto chiaro perché parli come uno slavo e poi a volte torni al veneto. Alla fine, tra una sintesi delle avventure o qualche deviazione modernizzante, si arriva al massacro finale nella reggia di Itaca. E qui si svolge tutto secondo copione (e anche con una discreta misoginia, che però è una cifra dell’ultimo Paolini, o forse lo è una sua tendenza a una virilità primitiva e molto rimpianta). Paolini-Ulisse fa fuori i 108 Proci e quelle “puttane” delle ancelle, passa una notte con Penelope e riparte. Lui spiega tutto nell’intervista che pubblichiamo qui sotto. Ma noi restiamo perplessi. Soprattutto perché ricordiamo benissimo l’incanto dei suoi passati spettacoli.

 

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