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Sipario TusciaMedia – Marco Paolini in "Ballata di uomini e cani", storia di un marinaio della neve

E' difficile "etichettare" Marco Paolini e la sua attività lavorativa. Drammaturgo? Regista? Autore? Attore? Scrittore? E' sicuramente tutto questo e molto altro. Basti pensare ad "Ausmerzen" o a "Itis Galileo".

E' difficile etichettare Jack London, pseudonimo di John Griffith Chaney London. Scrittore per ragazzi? Saggista? Scrittore di copioni teatrali? E' sicuramente questo e molto altro. Basti pensare a "Zanna bianca" o a "Il tallone di ferro".

Forse è per questa difficoltà di "catalogazione" in comune che Marco Paolini ha deciso di presentare sulla scena "Ballata di uomini e cani - tributo a Jack London", nella serata del 1 dicembre al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola (Mo), in replica il 2. Un intenso monologo dedicato allo scrittore statunitense che tanto ha "dato al suo immaginario di ragazzo".

Sul palco Paolini è Jack, un "narratore", un "marinaio della neve" che racconta storie: tre storie, appunto, di "uomini e cani" frammentate dalla musica incalzante e parossistica di Lorenzo Monguzzi (autore - chitarra e voce), di Gianluca Casadei (fisarmonica) e di Angelo Baselli (clarinetto), che mescola brani originali e sonorità folk americane, ballate di Woody Guthrie ed echi verdiani (da Rigoletto, da La forza del destino), ma anche da racconti della biografia dello scrittore. Sul palco solo uomini, uomini e bidoni (cavi) usati come strumenti musicali e che diventano mano a mano "cabin" (baracche canadesi abitate dai cercatori d'oro), postazioni da slitta o vagoni di treno.

Il tessuto drammaturgico è un crescendo e dalla pacatezza anche ironica del racconto sul cane "Macchia", unico cane da "tiro" che "non tira" (la slitta da neve ndr) e che pone sullo stesso livello uomo e animale (significativo il passaggio in cui il padrone decide di ammazzare Macchia e gli occhi del cane sembrano dirgli: "Fallo pure, la pistola ce l’hai tu, ma per me è omicidio") si passa all'intensità dell'husky "Bastardo" con il suo rapporto di amore-odio nei confronti del padrone Black Leclèr, fino alla drammaticità del "Preparare un fuoco", in cui l'uomo deve sottomettersi alla forza della natura, osservato dal cane, unico compagno di viaggio che ha portato nel suo tragitto solitario per arrivare all'accampamento. Un viaggio attraverso l'abilità narrativa di London e dell'oratoria di Paolini, attraverso gli spazi canadesi della corsa all'oro ed all'interno delle riflessioni sui limiti dell’uomo stesso, sulla volontà che prevarica la necessità e sul rapporto uomo-animale.

Nonostante non vi siano elementi scenici oltre a quelli citati, sembra quasi di vedere scorrere le immagini raccontate da Paolini, come se avesse egli stesso illustrato un libro di London prima di aver chiesto ad ogni spettatore di leggerlo. E' forse questo il segreto del silenzio totale che ha accolto ogni singola parola e che fa di questo "work in progress", come lo definisce l'autore stesso, un altro eccellente esempio del "teatro di narrazione" di cui è esponente.

Paolini non sostituisce la sua identità a quella del narratore, non interpreta un personaggio: lui è "Jack London", lui è il "Marinaio della neve", lui è il "Cane".

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