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Teatro.persinsala.it – Dialoghi tra uomini e cani

Al Teatro Argentina di Roma va in scena Ballata di uomini e cani. Dedicata a Jack London, musica e parole per raccontare il mito di Jack London rivisitato dall’estro di Paolini.

Il cane non è un animale domestico, né un semplice compagno di viaggio. Il cane è un quadrupede dotato di una capacità di ragionamento che travalica l’istinto unita a una sensibilità superiore alle aspettative. I racconti che gli umani fanno delle manifestazioni dell’ingegno o dell’emotività canina sono spesso accompagnati da stupore e meraviglia verso gesti inattesi. Questo atteggiamento estasiato è un chiaro segno della sottostima di fondo che resiste nell’inconscio e che porta anche le persone più entusiaste a non ritenere possibile che un cane possa ragionare, pensare, sentire in modo così compiuto e quasi “umano”. La sfiducia inconsapevole si accompagna a una visione umano-centrica, per cui si dà per scontato che l’uomo sia il termine di paragone più alto per tutte le attività legate all’intelletto.

Questo retrogusto in Jack London non esiste. I cani sono al centro dell’opera e rappresentano il metro sul quale ogni vicenda viene misurata. La considerazione del cane in London è pari a quella dell’uomo.

Paolini, nella trasposizione orale dei tre racconti che fonde nel suo spettacolo, coglie l’equiparazione di sostanza e la porta avanti discreto fino a dichiarare, nell’ultimo e più tragico dei racconti, Preparare il fuoco, che la voce parlante non è dell’essere umano. Lo spettacolo ha un corpo centrale organico e ben costruito, dove la scenografia è capace di disegnare con pochi tratti le città dell’oro del Grande Nord canadese, con la povertà essenziale dei materiali e il connotato urbano inflitto alla natura predominante dai cercatori d’oro che accorrevano dalle città. Paolini, muovendosi dentro un semplice fondo di barile, riesce a rendere la camminata stancante e affannosa in mezzo alla neve. A distogliere dalla suggestione, non basta il rumore di ferraglia e l’assenza pressoché totale del bianco su tutta la scena.

L’ultima parte dello spettacolo, dedicata alle parole di un emigrato tunisino che ha visto svilita la sua dignità in Italia, fino a morire per strada, quasi come un cane, appare slegata dal racconto e, anziché una provocazione, si mostra come una forzatura che fa leva su polemiche attuali in modo sterile e senza apportare un contributo serio alla riflessione su tematiche nodali, quali l’integrazione, la necessità di una maggiore consapevolezza verso la reale condizione dei migranti e le tragedie umane che ogni giorno si accendono per spegnersi nel trafiletto asettico del tg, come se l’unica notizia fosse aggiornare il conteggio dei morti.

A ricucire tutti i pezzi dello spettacolo con un unico filo e a rendere armoniche le diverse parti ci pensa la musica originale, composta ed eseguita in scena da Lorenzo Monguzzi, con Angelo Baselli e Gianluca Casadei.

Il teatro di narrazione di Paolini nel complesso non delude e, nonostante le piccole sbavature, riesce nell’intento fondamentale di gettare il seme della riflessione nello spettatore, per farlo uscire dal teatro più ricco e pensoso di quanto non vi fosse entrato.

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