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Intervista: Ulisse a fine pena sulla montagna di Babele

Trasposizioni L'attore coautore, con Francesco Niccolini di uno spettacolo che debutta a Verona il 12 luglio per la regia di Gabriele Vacis. Una rilettura sui temi dell'attualità: ecco perché tutto comincia lontano dal mare e si evocano le fake news.

Marco Paolini in scena riempie i vuoti dell'«Odissea»
«Rappresento gli eroi in un tempo ormai senza eroi. Il protagonista? É uno Springsteen che canta poveracci»

«Entusiasmante, entusiasmante», dice Marco Paolini. È appena tornato dalla Val di Sella dopo una settimana di prove sul suo Ulisse, in prospettiva della prima di Verona, che si terrà al Teatro Romano, il 12 luglio. Lavori (forzati) in corso anche qui a Padova, negli studi della JoleFilm. Non proprio l'Odissea, ma Il calzolaio di Ulisse, così si intitola lo spettacolo che avrà per protagonista l'ex eroe, immaginato cinquantenne, dieci anni dopo il ritorno a Itaca, la strage dei Proci e la nuova partenza verso l'ignoto. E sarà un'Odissea nello spazio montano, perché l'ex guerriero omerico, sotto le mentite spoglie del suo calzolaio, si ritrova vecchio, con un remo sulle spalle secondo la profezia di Tiresia, sul «cammino degli dèi», dove incontra un giovane pastore (il sedicenne Vittorio Cerroni, che è appena stato rimandato: «Forse per colpa nostra...», sospetta Paolini).

Che cosa racconta il calzolaio viandante? Che cosa ricorda? E chi è esattamente quel ragazzino? Ci inoltriamo nella zona d'ombra «ampia e lunga» che, come ha scritto Piero Boitani, si proietta sul futuro di Ulisse, anzi in questo caso sul dopo futuro, perché il futuro prossimo è già in gran parte avvenuto. Che cosa ha fatto Ulisse nei dieci anni che lo separano dalla vendetta sanguinosa? E dove ha viaggiato questo «eroe che non si spegne mai», impresso nella memoria collettiva al punto da inventarsi il cavallo che avrebbe dato il nome a un virus digitale come il Trojan forse? Il fatto è che la storia di Ulisse contiene tutto.

«É una storia che incanta — dice Paolini — e incanta per primo il suo protagonista, che sulla strada del ritorno trova aedi che ne cantano gioie e sofferenze». Lo spettacolo si apre con la famosa frase del matematico-geografo Eratostene di Cirene: «Si potranno trovare i luoghi delle peregrinazioni di Odisseo quando si troverà il calzolaio che ha costruito l'otre dei venti di Eolo». Non è la prima volta che Paolini si cimenta con l'uomo «dalle mille astuzie», il Signor Nessuno intorno al quale prima o poi «incontri tutto il resto, ramificato e contorto», avverte Paolini.

Come mai questo ritorno dopo tanti anni?
«In effetti 15 anni fa ho scritto il primo embrione di questo testo, era una specie di libretto nato da una proposta di Giorgio Gaslini per il Festival di Carsule, vicino Terni, un lavoro insieme a Uri Caine: dunque due grandi pianisti improvvisatori con una voce di raccordo. Bisognava che le parole avessero una misura compatibile con ampi spazi di musica. Immaginavo di rivolgermi agli dèi di un colle chiamato Beverly e dominato dal dio Murdoch in quello che era allora l'orizzonte tecnologico, dove l'immortalità diventava la fama, l'essere stelle di roccia, rockstar».

Un Ulisse pop?
«A un certo punto Ulisse ed Enea si trovavano sulla stessa spiaggia ad aspettare una barca: Enea prendeva quella giusta, arrivava nel posto giusto e fondava stirpi quotate in borsa; Ulisse invece andava a sbattere contro un iceberg in mezzo al Mediterraneo e formava popoli imbarazzanti per la comunità delle Nazioni, gente che non si può invitare a tavola, gente che ha sempre fango e merda sotto le scarpe. L'Iliade è la perfezione, tutto il resto è Odissea e Ulisse è l'eterna Odissea».

Che cosa resta di quella prima esperienza?
«Per lo più abbiamo riscritto prendendo Ulisse fuori dall'Odissea, cioè quando si avvera la profezia di Tiresia: ha cinquant'anni e ormai da un decennio ha fatto perdere le sue tracce, si può dire tutto di lui, che sia ripartito, sparito, finito, morto...».

Le ipotesi fantastiche che si sono fatte su Ulisse dopo l'«Odissea» sono tantissime. Dante lo fa morire per troppa curiosità, cioè per essersi spinto oltre le Colonne d'Ercole...
«La profezia di Tiresia dice che Ulisse morirà a Itaca e la morte gli verrà dal mare. Altri raccontano che verrà ucciso per sbaglio da Telegono, il figlio che ha avuto da Circe. Poi Telegono sposerà Penelope, mentre Telemaco sposerà Circe. È carino che uno sposi la matrigna e l'altro figlio sposi l'amante del padre... Andava bene tutto, il codice etico era diverso dal nostro, non c'era ancora la Bibbia... era un altro modo di pensare, ma non mi interessa. Quel che interessa a me è altro».

Che cosa?
«Mi interessa il momento cruciale in cui Ulisse finisce di scontare la pena dell'ultimo reato: avere ammazzato i pretendenti a casa sua. Se ne va e noi non sappiamo niente, rimane uno spazio vuoto, pieno di fascino.

Noi non raccontiamo niente di quel che ha fatto negli anni successivi, però lo troviamo; l'inizio di questo spettacolo è l'incontro lontano dal mare, in montagna, tra Ulisse sotto mentite spoglie e un giovane pastore che gli chiede: cos'è quel remo che porti sulle spalle?».

Di che montagna si tratta?
«Potrebbe essere una specie di Torre di Babele, ma se fosse un film, sarebbe una fotografia di Salgado, una immensa miniera a cielo aperto in cui ci sono due sentieri, uno di salita e uno di discesa: quello di salita porta in alto ogni genere di ben di dio, quell'altro porta giù ogni sorta di immondizia, gli dèi stanno in un luogo che noi chiamiamo Chalet Olimpo».

È visibile sulla scena?
«Ma no, non siamo mica a Hollywood! C'è solo la potenza delle parole e delle musiche, senza nessuna figurazione al momento. Il lavoro dannato che facciamo con la complicità di Niccolini, Vacis, Monguzzi è tentare di ottenere degli effetti, ma senza una macchina da presa né delle location. Tutto deve arrivare in un altro modo, non importa con quale linguaggio».

Solo musica e parole?
«Per il momento lo spettacolo è un oratorio, senza azione scenica, o con una micro azione scenica, tutto è detto, cantato, molto sonoro, con quattro persone in scena: oltre a me, il giovane non-attore Certuni, la cantante italo-eritrea Saba Anglana e il musicista Monguzzi. In pratica raccontiamo il lavoro dell'aedo prima di Omero, come se il ragazzo fosse un Omero da giovane che ascolta tutto per portarselo via».

Che cos'è il cammino degli dèi?
«È una valle ai piedi dello Chalet Olimpo ma non un'arcadia immacolata, perché se gli dèi sono immortali possono vedere tutto ciò che gli uomini hanno accatastato nel tempo. Dunque la valle in cui vivono è la quintessenza di ciò che è stato costruito e accumulato, e da lì parte il fumo dei sacrifici agli dèi, e agli dèi piace il barbecue».

Quale barbecue?
«Il nostro barbecue è fatto dall'Ilva di Taranto, da Cernobyl, dall'eleganza di Dubai e di Kuala Lumpur...».

Parodia o semplice attualizzazione?
«Non c'è parodia, benché io abbia enorme rispetto di come il Quartetto Cetra fece l'Odissea in televisione, con Milva e Paolo Panelli. Non ho paura di mescolare, ma l'intento non è quello, anche se a un certo punto di Polifemo si dice che dopo il passaggio di Ulisse se ne stava chiuso in una grotta incazzato col mondo per farsi vivo solo con dei videotape pieni di minacce. Era un passo della prima scrittura in cui si alludeva a Osama Bin Laden: l'abbiamo voluto lasciare perché più che attualizzare ci interessa la stratificazione. Forse ci sarà anche la parola "pacchia". L'azzardo è creare un'opera a strati ed essere capaci di dominare tutta questa materia. È un modo per mettere alla frusta quel che ho fatto finora senza donare me stesso».

Storie di dèi e di eroi. Ma oggi che utilità hanno?
«Noi prendiamo molto sul serio le funzioni del politeismo: gli déi greci hanno un compito quotidiano di determinazione delle cose, ciononostante i comportamenti degli uomini sfidano il destino senza mai rassegnarsi. Benché le cose siano scritte, esiste sempre un margine per affrontarle. Nello spettacolo vengono no-minati gli eroi in un tempo in cui di eroi non ce ne sono più, per ricordare agli uomini indeboliti dalle democrazie che razza di padri avevano».

Cioè?
«Attraverso gli eroi ricordiamo 'agli uomini che aspirano all'immortalità qual è il peso di morire, di invecchiare, di essere superati da altre generazioni. Nella nostra storia Ulisse rifiuta ancora la promessa dell'immortalità che gli aveva fatto Calipso, la rifiuta dal giovane pastore che gli rinnova l'offerta e che evidentemente è un emissario degli dèi...».

Pochi oggi rifiuterebbero una proposta del genere...
«Per certi versi Ulisse è una specie di Bruce Springsteen, che canta di sfigati e se sei uno sfigato e ascolti una sua canzone ti senti il principe degli sfigati. Allo stesso modo Ulisse promuove, nobilita ciascuno di noi alla sfiga. Oggi però tendiamo tutti quietamente all'immortalità. E inconfessabile ma la sconfitta delle epidemie, delle carestie e della guerra, almeno da noi, mettono alla nostra portata una forma di immortalità o di amortalità: è ovvio che questo non riguarda tutto il pianeta ma il risultato è che l'Olimpo è più affollato di prima».

Anche le odissee nel Mediterraneo sono più numerose di prima.
«La nostra condizione nei confronti di chi ancora vive delle odissee è di voyeurismo, nel migliore dei casi di pietas, di comprensione, di bontà a tempo, finché non ci distraiamo».

Perché un pastore sedicenne?
«L'Odissea è una delle storie più vecchie del mondo e io non posso stare in soggezione nei confronti di tutte le sue letture, filosofiche, teologiche, psicologiche, letterarie... Ci sarà di sicuro qualcuno che avrà anche pensato di santificarlo, Ulisse, salvo poi cambiare idea non essendo un buon esempio, visto che ha avuto un sacco di donne... Ma scherzi a parte, è una figura che (5 quasi 3 mila anni continua a generare interpretazioni e immaginazione. Per questo davanti a me ho messo un pastore giovanissimo, per sfidare la somma delle eredità accumulate con un know how che guarda al futuro più che al passato e che dunque può fare a meno di tutte quelle eredità».

E il calzolaio chi è esattamente?
«Già Eratostene, parlando del calzolaio di Eolo, poneva il problema della corrispondenza geografica del viaggio di Ulisse: evidentemente c'è sempre stata l'esigenza di sapere se quelle di Omero erano o no fake news. Verso la fine Penelope dice che se il mendicante vincerà la gara dell'arco, lei gli regalerà una lancia, una tunica e chiederà al calzolaio di cucirgli dei sandali perché possa andare dove lo porta il cuore. Quindi Penelope aveva letto un po' la Tamaro... Il calzolaio è l'alibi perfetto per i suoi dieci anni di anonimato: è diventato il calzolaio, perché è colui che cuce addosso al vecchio Ulisse la sua storia, perché dieci anni dopo non è più la stessa persona e dobbiamo convincerlo a raccontarla ancora».

Che metrica c'è nella riscrittura?
«Ovviamente nessun riferimento alla metrica tradizionale, ma santo dio, per noi conta il ritmo, perché noi rappiamo, così come nella prosa ritmica, guai se non c'è l'attenzione al ritmo, al tono, al volume, cioè se non sei nella musicalità. Utilizzando la struttura della tradizione, immediatamente sarebbe un funerale. Ho perfetto e fortissimo il ricordo di Ungaretti che leggeva dopo Carosello, ma se lo facessi io sarebbe parodia. Io non sono Carmelo Bene. Qualcuno dirà: per forza. E io rispondo: bene, ne sono fiero, con tutto il rispetto».

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