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Ustica e il teatro nel paese degli uomini piccoli

"Riusciremo ad arrivare in fondo al mistero doloroso chiamato Ustica. Ne sono sicuro. Con un po’ di costanza attraverso i documenti acquisiti in un paese straniero, attraverso l’uso sistematico e paziente di uno strumento chiamato Freedom Information Act. Ci sarà qualcuno che farà la domanda giusta al momento giusto e troverà un documento importante davvero per ricostruire quella tragedia.
Io non sono tra quelli che dicono lo sappiamo già, non mi accontento di indizi in mancanza di prove. Ma qualcuno troverà quelle prove e scriverà un libro intitolato USTICA e credo che non sarà un italiano. Per fortuna non sarà un italiano, un italiano non sarebbe credibile e il libro non sarebbe un best seller.
Da noi, nel paese degli uomini piccoli, chi indaga è uno che non si fa i fatti suoi. Se è un parente delle vittime si può capire, perché da noi la famiglia conta; se è un giornalista vuol dire che fa il suo mestiere e cerca lo scoop, se è un giudice vuol dire che è un “fanatico anormale” (e l’espressione non è mia).
Ma che minchia c’entrano il cinema, il teatro e pure la musica con Ustica?
Raccontare su un palco storie come queste è come sparare sulla croce rossa. Da noi ricordare le tragedie, commuovere, indignare dura quello che dura; come ho detto spesso al mio paese l’indignazione dura meno dell’orgasmo e poi viene sonno. I particolari della storia sono troppo difficili da tenere a mente. Com’era l’accusa?
L’accusa alla Difesa era di avere visto e saputo.
La difesa della Difesa era di non ricordare di aver visto e saputo.
Troppo tempo è passato e questo rende i torti insanabili. Indipendentemente dal processo giudiziario si resta feriti. Così per rispondere alla domanda che su che minchia c’entrino il teatro, il cinema e la musica con Ustica, credo che non servano né a spiegare le trame, né a onorare i caduti, né a inchiodare i colpevoli, ma solo a ridurre di un poco quel torto, che mina il carattere, l’istinto di conservazione, l’idea di un bene comune, il senso di giustizia.
Ogni storia irrisolta del dossier “Misteri d’Italia” ha aggiunto un torto a un altro fino a farne uno grandissimo per un popolo di uomini piccoli, ha seminato la paura e la sfiducia nelle nostre forze e nella possibilità di crescere. Questo è un paese di uomini piccoli, abituati a subire dei torti grandissimi.
Se oggi siamo come siamo dipende in gran parte dal fatto che non siamo cresciuti bene. Per questo enfatizziamo il patos delle tragedie, per dimenticarle prima. Chiamiamo eroi i caduti in guerra e ignoriamo i caduti sul lavoro. Chiamiamo realtà quella quotidianità reclusa di gente più o meno famosa che passa davanti alle telecamere, evochiamo nemici negli avversari politici e ammiriamo le chiuse a effetto nei discorsi pubblici più che la logica degli argomenti e il loro peso. Questo è un paese di uomini piccoli, abituati a subire dei torti grandissimi.
A che serve un teatro civile in un paese che vuol fare santo ogni bambino ucciso dalla madre o da un bruto, che batte le mani ai funerali di stato e non, e che presto imparerà a fare la ola ad ogni bara illustre per paura del silenzio, del vuoto, dello spaesamento, del lutto. Questo è un paese di uomini piccoli, abituati a subire dei torti grandissimi.
Il teatro, il cinema, la musica servono a smontare quel realismo, quel fanatismo, quel vuoto, quello spaesamento ricostruendo legami e linguaggi comuni per evitare che la nostra democrazia invecchi senza esser diventata adulta. Parlare di tragedie comuni o d’altre storie serve a educarci, a non aver paura di indagare su tutto ciò che sono fatti nostri. È una battaglia necessaria e già cominciata, disordinata e generosa ma non velleitaria. Si può perdere a lungo continuando a giocare, si può anche non perdere sempre.
Se un giorno qualcuno, magari non un italiano (un italiano non sarebbe credibile) scriverà un best-seller dal titolo “Piccoli uomini crescono” forse potremmo dire che il nostro non è stato un lavoro inutile."

Marco Paolini
1° maggio 2006