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Venezia 78 – Welcome Venice: recensione del film di Andrea Segre

Il film, che aprirà la sezione Notti Veneziane della Biennale di Venezia 2021, è una riflessione sull'acceso scontro tra il cambiamento e la tradizione, sullo sfondo dell'evocativa isola veneziana della Giudecca.

I cambiamenti sono duri da digerire: ogni rottura della nostra quotidianità, del nostro vissuto, nonostante possa essere positivo e migliorarci, rappresenta, almeno inizialmente, un’invasione del nostro equilibrio mentale, andando a toccarci intimamente. Con un mondo in continua trasformazione e sempre in perenne evoluzione, ci stiamo abituando sia alle piccole che alle grandi trasformazioni e il recente scoppio dell’epidemia di Covid non fa che confermare che l’essere umano è adattivo per natura, capace di plasmare le proprie attività e azioni, con ovviamente tanti sacrifici alle spalle. Un virus che, nel settore dell’audiovisivo, è stato sentito in maniera particolare per gli insormontabili ostacoli che è andato a creare e che in alcuni casi è stato ovviamente al centro di alcuni lungometraggi e serie, d’altronde l’arte è riflessione e reazione.

Welcome Venice, il nuovo lungometraggio diretto da Andrea Segre (L’ordine delle coseMolecole) e scritto dallo stesso autore con Marco Pettenello (anche ideatore del soggetto), da un lato racconta sottilmente la tragedia epidemiologica del Coronavirus descrivendo il suo impatto sul settore turistico veneziano, dall’altro tratteggia una storia alimentata dal conflitto tra cambiamento e innovazione, tradizione contro modernità. L’opera, che aprirà il 1° settembre la sezione Notti Veneziane della Biennale di Venezia, è un racconto intimista e sincero che partendo da una realtà locale, affronta temi universali. Dal 9 settembre 2021 il film è disponibile al cinema, distribuito da Lucky Red.

Welcome Venice: la Giudecca come roccaforte di folklore e cultura

Nella piccola isola della Giudecca, sulla laguna di Venezia, due fratelli, Pietro (Paolo Pierobon) e Alvise (Andrea Pennacchi) vivono diversamente il cambiamento turistico: se il primo, pescatore insieme al fratello Toni (Roberto Citran), sopravvive catturando moeche, un tipo di granchio tipico della zona; Alvise, invece, vuole a tutti costi vendere la caratteristica casa che hanno ereditato per adattarsi alle nuove esigenze turistiche, migliorando il suo lavoro come semplice affitta camere. Il conflitto tra i due è al centro dello sviluppo della storia e va a toccare anche le relative famiglie, scatenando una riflessione di ampio respiro.

L’epicentro del conflitto, forse ancora più importante dello scontro effettivo, è La Giudecca, un luogo che all’interno di Welcome Venice assume quasi una valenza simbolica come oasi di tradizione e folklore, un’isola incontaminata dove le tradizioni e l’eredità culturale muovono l’intero paesaggio. L’importanza delle radici, della famiglia, delle attività ripetitive e poco redditizie: ogni singolo dettaglio ed elemento legato al territorio viene gestito minuziosamente con un’occhio attento e certosino, documentaristico, utile soprattutto non solo per dar corpo ed essere teatro della storia, ma anche come cassa di risonanza sociale, per narrare piccole storie quotidiane e semplici.

L’attacco al Locus amoenus veneziano è quella scintilla che poi effettivamente scatena la rivalità fra i due fratelli che avviene forse un po’ troppo tardi durante la pellicola. Nel corso del lungometraggio, l’autore non prende le parti di nessuno dei due schieramenti e anzi tratteggia brillantemente quelli che sono i pro e i contro di una dell’altra posizione, questo perché l’intento non è morale, ma riflessivo. Una riflessione che dalla piccola isola della laguna veneta si allarga, calandosi in una dimensione globale e universale: l’espediente narrativo del Coronavirus (mai preponderante nella trama, ma solo di sfondo) è proprio il collante adeguato tra la vita provinciale della Giudecca e il tema turistico di matrice internazionale.

Lo scontro tra Pietro e Alvise, ad ogni modo, si sviluppa sia sul piano narrativo che registico: ci sono infatti sia differenze di caratterizzazione fra i due (ci torneremo a breve), che costruzioni opposte di estetica e fotografia. Difficile non fare il paragone tra la casa della Giudecca, piena di ricordi, memorie e tanta storia di umili pescatori con la dimora sontuosa, ma asettica di Alvise, un pallido sudario privo di vita e di carattere. Ancora: i panorami suggestivi della laguna con i suoi giochi di luce e ombre contro le appariscenti, ma fredde cene al ristorante di Alvise con i suoi commensali. A proposito: la sequenza ambientata nel locale chic è tra le più potenti e significative di Welcome Venice.

Welcome Venice: un amore viscerale per la terra natia e un tradimento sentito

Tornando ai personaggi, è stato fatto un gran lavoro di scrittura, specialmente sui due protagonisti, Pietro e Alvise. Se si analizza la coppia, si possono evidenziare dalle piccole alle grandi differenze, di cui entrambi sono orgogliosissimi, dalla lingua usata (Alvise è un poliglotta, Pietro parla solo in dialetto veneto), agli abiti, fino al carattere. L’aspetto più interessante è che questa separazione concettuale e caratteriale tra i due assume un naturalismo insolito, quasi fossimo di fronte a degli archetipi perfetti, atti a rappresentare il conflitto cambiamento-modernità su piani molto ampi.

Il lavoro interpretativo di Paolo Pierobon e Andrea Pennacchi (ma in realtà anche del resto del cast, ma loro spiccano più degli altri) è da applausi: si nota in maniera evidente quanto studio hanno riservato non solo all’idioma locale, ma anche alla gestualità e all’analisi effettiva di quei luoghi. In altre parole, sembra di trovarsi di fronte a dei tipici abitanti locali, senza nessuna forzatura o esagerazione. Alcune volte succede che quando si cerca di replicare una tipologia molto specifica di personaggio lo si rende macchiettistico e fin troppo didascalico, in questo caso, il connubio interpretazioni-scrittura è stato vincente perché non sembra esserci nessun filtro tra le due cose.

La regia di Welcome Venice, come già anticipato prima, riesce a catturare perfettamente l’essenza delle ambientazioni che dipinge. Questa caratteristica denota un amore viscerale per tali luoghi, segno che Andrea Segre li conosce fin troppo bene, a tal punto da girare un trattato sul conflitto cambiamento e modernità, ma anche sul tradimento. L’autore, infatti, nonostante non intervenga sul piano critico, si sente tirato in causa e tradito, avvertendo un genuino e forte affetto della Venezia priva di costrutti turistici, che non rovinano i luoghi, ma lo cambiano però alla fondamenta, andando a minare la sua visione passionale dei territori originari.

A livello di tematiche, nel corso della pellicola, ci sono degli evidenti squilibri: anche se l’elemento turistico è molto presente in sede di sceneggiatura, in alcuni momenti non è abbastanza da rappresentare un opposizione. Vi è quindi più concentrazione sugli aspetti tradizionali e, per così dire, conservatori della storia più che sugli effettivi cambiamenti e quindi alcuni dettagli potevano essere approfonditi, così da rendere il conflitto ancora più marcato.

Welcome Venice è un film potente e carico di significato, capace di affrontare tematiche attuali, ma con sempre il piede puntato sul territorio. La regia di Andrea Segre è attenta a trasmettere le peculiarità della terra veneta, riuscendo al tempo stesso a narrare una storia eterna e indimenticabile, con il cuore puntato al folklore e alla tradizione, ma l’occhio che guarda al cambiamento e ne rimane profondamente deluso. Personaggi e interpreti magistrali chiudono una pellicola di rara bellezza che trova una dimensione propria all’interno del panorama filmico italiano.

 

di Massimiliano Meucci

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